20 ESSENTIALS: Cowpunk & dintorni 1981-1986
20 ESSENTIALS: Cowpunk & dintorni 1981-1986
di Stefano I. Bianchi con Roberto Municchi

[nell'immagine: Gun Club 1981]

ACCANTO ALLE band neo-classic rock della famiglia Paisley Underground, il secondo gruppo di musicisti che nel dopo-punk si dedicarono alla riscoperta della tradizione pre-punk è quello di quanti puntarono dritti al cuore del country e del blues, quindi alle radici più autentiche del calderone musicale americano. Come i colleghi del Paisley, alcuni di essi erano nati col punk e altri erano emersi dalle sue ceneri ancora calde; a differenza dei colleghi del Paisley però loro tendevano a bypassare il classic rock dei Sessanta e Settanta compiendo un salto temporale che li catapultava direttamente negli anni ’50 e ancor più indietro. È difatti nella tradizione più antica che questi orfani del punk ritrovarono quella fiamma che le scene di riferimento, rapidamente degenerate nel mainstream o deviate in altre direzioni, non riuscivano più ad alimentare e che il classic-rock, come da prammatica ‘punk’, non poteva garantire; perché il loro fu un vero e proprio tuffo alla ricerca di autenticità e purezza, per quanto ingenuo possa essere cercare elementi simili nella finzione di una canzone.
Naturalmente le band in questione scrivevano canzoni e avevano suoni talvolta molto distanti tra loro; la nostra ricognizione punta a mostrare tutte le sfaccettature di un universo poliedrico e diversificato. Il minimo comun denominatore è che si trattava di musicisti ruspanti, istintivi, ispidi e viscerali che suonavano per lo più – ma non esclusivamente – sporchi e lo-fi; gli ibridi a cui davano vita, che fossero carichi di elettricità o spogli nella misera nudità delle chitarre acustiche, erano per lo più inauditi perché fino alla loro entrata in scena ben pochi, o meglio nessuno, avevano pensato di ripescare dal dimenticatoio canzoni e autori blues e country così antichi e difficili anche solo da censire, dato che nei primi Ottanta l’era delle ristampe in CD era ancora lungi dall’arrivare e certi materiali erano quasi impossibili anche solo da ascoltare. Talvolta potevano attaccare il jack dell’amplificazione ma nessuno indulgeva mai negli assolo tipici del blues-rock né nelle oleografiche pose delle star nashvilliane; scavavano nel fondo del barile e proprio lì, in mezzo alle cianfrusaglie, tra le vecchie e balbettanti canzoni del polveroso sud rurale riscoprivano la modernità di suoni e testi che comunicavano lo stesso mood disperato, la stessa desolazione, la solitudine e lo smarrimento delle metropoli post-industriali, ritrovavano la carica ritmica che può nascondersi in una batteria elementare o in un semplice rullante o un washboard, lo struggimento emotivo di una slide, la capacità d’intrattenimento di una sezione fiati sbracata e stracciona. Per alcuni di essi questa riscoperta rappresentò il ricongiungimento culturale con la memoria proletaria e populista della propria terra, per altri fu un nuovo battesimo che servì ad alimentare nuove motivazioni, per altri ancora divenne un’ossessione capace di costare la vita. Per tutti fu comunque un bagno rigeneratore, quasi una sorta di nuovo punk: con un po’ di retorica - ma a ragion veduta - possiamo dire che nessuno di loro avrebbe mai tradito la causa né sarebbe finito a pietire l’obolo del grande pubblico mainstream. C’era insomma una sincerità tra i musicisti di questa scena neo-roots che è difficile riscontrare in qualunque altra della loro epoca e di quelle posteriori. […]

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