20 ESSENTIALS: Italia Neo-Sixties 1985-1990
20 ESSENTIALS: Italia Neo-Sixties 1985-1990
di Roberto Calabṛ con Andrea Amadasi

[nell’immagine: Sick Rose, 1986, foto di Mauro Maffei]

C’È STATO UN MOMENTO, alla metà degli anni Ottanta, in cui l’Italia - in genere piuttosto marginale nelle vicende della storia del rock - si è trovata al centro di un movimento partito dagli Stati Uniti e approdato con entusiasmo in Europa: il rinascimento neo-sixties. Era esattamente dal decennio precedente, ovvero dalla felice stagione del progressive, che questo non accadeva. E non accadrà più in futuro, almeno fino a nostri giorni, se si esclude l’exploit quasi contemporaneo dell’hardcore “made in Italy”. Poco importa che si sia trattato di un fenomeno underground che non riuscì a lambire le classifiche e a scalfire lo strapotere mainstream di Sanremo, cantautori e pop edulcorato e insulso. E neppure che il focus creativo arrivasse dalla riproposizione dell’estetica e dei suoni degli anni Sessanta filtrati dall’esperienza del punk. Ciò che conta è che per un periodo neppure troppo breve l’Italia abbia avuto un suo ruolo importante nella geografia rock.
Alla metà del decennio, dicevamo, tutta una serie di gruppi inizia a guardare con nostalgia ai meravigliosi anni Sessanta per trovare una via di fuga creativa al mainstream e alle atmosfere grigie e ripetitive di certo oscuro post-punk che va per la maggiore nei gusti e nell’immaginario dei ventenni "alternativi" dell’epoca. È l’identico tipo di urgenza espressiva che nello stesso periodo contagia migliaia di coetanei dall’altra parte dell’Oceano e in alcune nazioni europee, Svezia in testa. Come già avvenuto negli States e nel nord Europa, sono le raccolte “Nuggets”, “Pebbles” e “Back From The Grave” (solo per citare le tre serie più influenti) a determinare una febbrile ricerca musicale e a scatenare il desiderio di riprodurre quei suoni, di far rivivere l’eccitazione di quell’epoca mitica e mitizzata. L’Italia si trova perfettamente calata nella contemporaneità: per una volta non è semplice spettatrice ma coprotagonista di ciò che sta accadendo nella scena underground mondiale. In tutta la Penisola, dall’estremo Nord al profondo Sud, le sonorità neo-sixties si diffondono a macchia d’olio. Serve solo un detonatore per far esplodere ciò che cova in cantina. Quel detonatore si chiama “Eighties Colours” e nasce dall’intuizione di Claudio Sorge, all’epoca condirettore di “Rockerilla” e principale divulgatore dalle pagine della rivista dei fermenti garage e neopsichedelici che attraversano l’Occidente. Quando si accorge che anche in Italia c’è un sottobosco di gruppi che si rifanno a quell’estetica e a quelle sonorità, il giornalista si trasforma in discografico e nel 1985 organizza per la sua etichetta Electric Eye una raccolta che fornisce la prima nitida fotografia delle formazioni garage, mod e neopsichedeliche italiane. Al di là del contenuto musicale - sono della partita Sick Rose, Party Kidz, Out Of Time, No Strange, Double Deck Five, Technicolour Dream, Birdmen Of Alkatraz, Four By Art, Pression X, Paul Chain Violet Theatre - il disco è importante perché fa prendere consapevolezza che esiste, se non ancora una scena, un nutrito gruppo di band accomunate dalla stessa passione per un’epoca. “Eighties Colours” dà il «la» alla nascita del movimento neo-sixties italiano e funge da moltiplicatore: dal momento della sua uscita appaiono come i funghi decine di gruppi con la testa rivolta al passato, supportati dalla stampa specializzata e dalle numerose fanzine, tra cui la splendida “Lost Trails” (con un 45 giri allegato a ogni numero), realizzata dal solito Sorge, “Shapes Of Things” o il longevo bimestrale di rock italiano “Urlo”. […]

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