20 ESSENTIALS: Psichedelia USA 1966-1969
20 ESSENTIALS: Psichedelia USA 1966-1969
di Roberto Municchi con Stefano I. Bianchi e Piercarlo Poggio

[nell'immagine: Grateful Dead 1967]

LE CHITARRE ACIDE di Gary Duncan e John Cipollina, le interminabili versioni live dei Grateful Dead, il fascino ammaliatore delle numerose voci femminili, l’esotico raga rock dei Kaleidoscope, il jingle jangle delle chitarre dei Byrds, la musica per il corpo e per la mente di Country Joe & the Fish, i free form freak-out dei Red Crayola, le incursioni elettroniche di Silver Apples e Fifty Foot Hose, l’electric jug di Tommy Hall… la psichedelia americana ha mille sfaccettature ma un unico obiettivo: far viaggiare la mente attraverso la musica. Negli anni Cinquanta Elvis The Pelvis aveva liberato i corpi della gioventù bianca, ai Sessanta toccò di completare il lavoro espandendo gli orizzonti fisici alla mente. Il rock, giovane e ingenuo, entrò in fibrillazione e alla fine del decennio si scoprì rivoltato come un calzino, mutato nei connotati, lanciato anni e anni avanti rispetto alla sua ancora tenera età. La rivoluzione venne chiamata psychedelic rock (o, con differenze perlopiù inavvertibili, acid rock), dopodiché, come accade con tutte le rivoluzioni, fummo costretti a parlare di un prima e un dopo.
Tutti quanti avvertiamo a pelle che esistono differenze palpabili tra la psichedelia inglese e quella americana; riducendo tutto a una sola ed evidente caratteristica, negli States le band indulgevano molto più di frequente a lanciarsi in lunghe cavalcate chitarristiche dalle quali emergevano le loro radici più caratteristiche: il background formato da blues e jazz, stili musicali e modelli di canzone per loro natura votati all’improvvisazione e quindi alle jam potenzialmente interminabili quando non alla sperimentazione tout court. Il punto di partenza era la tradizione, osservata con sguardo appassionato ma rielaborata con l’intento di spingere fino ai confini della realtà tutti i suoi generi codificati, il blues come il folk, il country e lo stesso rock’n’roll, destinato proprio per questo a perdere d’un colpo la seconda parte del proprio nome e trasformarsi in rock. Da questa operazione di radicale rivisitazione nacquero ibridi magici e avventurosi che attingevano, talvolta involontariamente proprio perché insite nella natura stessa del melting pot umano e culturale dell’America, anche dalle musiche esotiche in arrivo da mondi lontani (Africa, Medio Oriente, India) e dai suoni stravaganti e sperimentali più propri delle musiche d’avanguardia. Negli USA queste ultime, a differenza di quanto accadeva nella più compassata Europa, avevano sempre flirtato con gli universi delle musiche non colte e non accademiche – basti citare nomi come John Cage e Harry Partch o lo stesso George Gershwin – dando vita a loro volta ad altri ibridi che fornirono ulteriore humus utile alla causa psichedelica americana rendendola diversa, nella forma e nella pratica, da quella inglese. […]

…segue per 22 pagine nel numero 232 di Blow Up, in edicola a settembre 2017 al costo di 6 euro

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