20 ESSENTIALS: Rhytm'n'Blues 1937-1970 3
20 ESSENTIALS: Rhytm'n'Blues 1937-1970 3
di Carlo Babando

Significativo che l’ultimo album di cui si parla alla fine di questo viaggio, che per tre mesi ci ha condotto lungo i sentieri più o meno trafficati della musica afroamericana, sia particolarmente influenzato dal blues. Il 1970 di “Is It Because I’m Black” non era più il tempo di Jackie Wilson o Sam Cooke, men che meno quello di Muddy Waters e Howlin’ Wolf, ma Syl Johnson (o chi per lui) sapeva bene che da certe parti nulla si crea e nulla si distrugge: gospel e r&b, insieme alle pentatoniche acuminate del blues urbano, convivevano senza stridori se sapevi come mescolarli bene dentro le viscere e poi risputarli fuori aggiornati all’era delle Pantere Nere.
Ancora una volta è evidente quanto ingenuo sarebbe tracciare i contorni di una qualche tipo di evoluzione, perlomeno nell’accezione che diamo comunemente al termine. La black music ha sempre amato rinverdire periodicamente le proprie radici per spingersi ancora un altro po’ avanti, magari senza neanche rendersene conto, senza neanche ricordare che fino a qualche mese prima tutto sembrava perduto. In tempi recenti è stata la volta di Kamasi Washington, di Anderson Paak, dei The Internet, prima ancora c’era stata Erykah Badu, D’angelo e, a modo suo, Cody Chesnutt, il quale continua ancora a farlo inseguendo delle epifanie tutte sue: andare avanti portandosi sulle spalle il passato, non come una croce e nemmeno come una carcassa impolverata, piuttosto come quel bagaglio di conoscenze acquisite incapaci di diventare mai davvero vecchie. Che poi è assai più probabile che un ventenne nero e statunitense di oggi non ascolti la chitarra di Gary Clarck Jr. ma piuttosto le rime di Kendrick Lamar, quella è una faccenda per la quale si dovrebbero prendere in esame questioni molto più complicate di ciò che questo spazio ci permette di affrontare. Ma intanto date un’occhiata ai dischi segnalati nelle prossime pagine e dite se è possibile immaginare un mondo in cui nessun bianco si sia mai innamorato di un disco firmato Curtis Mayfield o Staple Singers, e lasciamo perdere lo spleen di cui sono laccati i brani di Nina Simone e quell’agrodolce batticuore garantito dai Delfonics. Può esserci un pubblico circoscrivibile in merito a razza, età o religione per tali incanti? Ciò che ha dettato la voglia, quasi il bisogno, di infilare uno dopo l’altro sessanta album selezionati dal 1937 al 1970 non era dunque soltanto quella di consigliarvi titoli che ci auspichiamo non conosciate e riascoltarne insieme altri entrati di peso nella storia, quanto invece un tentativo di adottare una visuale diversa che possa risultare in qualche modo interessante anche per chi non è esattamente un estimatore del genere ma non abbia paura di buttare un occhio oltre la tana del bianconiglio. Ecco allora il motivo per il quale abbiamo deciso di fermare la nostra disamina un attimo prima che colate di acido lisergico affogassero il soul in nuove multicolori geminazioni e il funk imponesse la propria personale preghiera sull’Uno di James Brown, ma soprattutto che emergesse un nuovo modo di intendere la materia che il già più volte menzionato “What’s Going On” esemplifica alla perfezione. […]

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