Alan Lomax in Italia
Alan Lomax in Italia
di Carlo Babando

Quando si sente quel cognome, “Lomax”, se ne sai un po’ di musica ti viene in mente un intero universo popolato di strade sterrate a cuocersi sotto il sole violento del sud, sterminate piantagioni di cotone da cui esplodono sussurri e poi si inerpicano gli uni sugli altri per scandire qualcosa di più simile all’Africa che all’America. Oppure quelle piccole celle tappezzate di scritte, da cui riesci a respirare aria pulita soltanto quando un secondino chiude le sbarre per condurti verso l’uscita del penitenziario, e i motivi sono sempre e solo due: o sei già morto, o ti tocca un altro giorno di lavori forzati. Spaccare pietre, poggiare le rotaie perché possa passarci un treno che non vedrai se non da troppo lontano. Alan Lomax sarebbe stato un personaggio perfetto per un libro di Faulkner, con quello sguardo curioso incorniciato da una barba poco folta e gli occhi così sottili che era facile scambiarlo per un mezzo orientale. Soprattutto, sebbene i suoi modi fossero sempre gentili, era impossibile non cogliere quella leggera vena di follia ereditata dal padre. Fu a lui, al vecchio John, che doveva la passione incontenibile per scandagliare il patrimonio culturale del popolo afroamericano, alimentata dai continui viaggi per procurarsi tonnellate di bobine da catalogare alla voce “registrazioni sul campo”, i field recordings. Senza entrare nel merito della metodologia finalizzata a raccogliere quei campioni – su cui sono stati edificati studi che hanno reso l’etnomusicologia di oggi una scienza fortemente segnata dai Lomax – per ciò che ci importa potremmo descrivere l’inguaribile sete di conoscenza di Alan come la benzina di un motore che procedette sempre al massimo dei giri, ma barcamenandosi incessantemente tra mille problemi. Una vita vagabonda peggio di un musicista squattrinato, perennemente in cerca di finanziamenti e perennemente affaccendato con dozzine di progetti, molti dei quali restarono soltanto su carta. L’obiettivo era quello di riuscire a rubare la verità dalla voce di chi acconsentiva a posizionarsi davanti ai suoi marchingegni traboccanti di cavi: per certuni era magia bella e buona potersi risentire appena un attimo dopo aver smesso di “esibirsi”; non pensavano fosse così semplice assaggiare qualche minuto di immortalità senza neanche essere famosi, senza dover lasciare la propria sedia ed entrare in uno studio di registrazione, o qualcosa di altrettanto complicato e lontano. Le voci setose e disperate, davanti alle quali i cappucci bianchi ancora piantavano croci di fuoco, erano diventate per lui qualcosa di simile ad una ossessione. […]

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