Baby Woodrose
Baby Woodrose
di Roberto Calabṛ

[nell'immagine: i Baby Woodrose, foto di Andreas Mikkelhansen]

CON “GALMANDSVÆRK” (Bad Afro, 2017) Uffe Lorenzen ha voltato pagina. A partire dal nome. Per il suo debutto da solista ha utilizzato per la prima volta quello di battesimo al posto dello pseudonimo di Lorenzo Woodrose con cui, per quasi vent’anni, è stato al timone di una delle più note formazioni europee di rock psichedelico: i Baby Woodrose. Un progetto le cui origini hanno un elemento in comune con la svolta odierna. Quando nell’ormai lontano 2001 uscì “Blows Your Mind!”, il primo lavoro marchiato con quella sigla, Uffe aveva appena dato un taglio netto agli On Trial, la psych band danese nella quale aveva militato a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. Sentiva di aver bisogno di aria fresca, di un nuovo inizio che portasse con sé stimoli diversi e nuove idee. Una rinascita, insomma.
Esattamente come ora. Dopo anni di frenetica attività in studio e live non solo con i Baby Woodrose, ma pure con i side projects Dragontears, Spids Nøgenhat e un inaspettato quanto estemporaneo ritorno con gli On Trial (nell’album del 2006, “Forever”), più le registrazioni a nome Pandemonica, il corpulento cantante-chitarrista di Copenhagen ha detto stop e si è preso un periodo sabbatico. Per dieci settimane se n’è andato a La Gomera, un isolotto vulcanico nelle Canarie dove, di fronte all’immensità dell’Oceano, ha composto in danese il suo album d’esordio come solista. Un periodo fecondo: “I migliori tre mesi della mia vita li ho trascorsi a guardare l’oceano e a suonare la chitarra. Ho anche viaggiato un po’ per l’Europa senza dover suonare, con un po’ di soldi in tasca e nessuna preoccupazione. Una pausa davvero necessaria dalla mia routine quotidiana. L’idea iniziale dell’album era di provare a scrivere di più in danese, ma volevo anche testare un nuovo approccio alla registrazione partendo da una semplice base di chitarra acustica e poi costruire il resto da lì. Sto cercando di cambiare un po’ il processo di scrittura per sfidarmi e non fare sempre lo stesso disco”. È pura psichedelia acustica quella che emerge nelle dieci tracce di “Galmandsværk” (vedi BU #235) con una veste sonora dai colori pastello arricchita di una ricca palette di sfumature, grazie anche all’utilizzo di strumenti esotici come sitar, tablas, flauto indiano e ghironda. Un lavoro affascinante che indica nuovi sentieri da percorrere nell’immediato futuro. […]

…segue per 8 pagine nel numero 238 di Blow Up, in edicola a marzo 2018 al costo di 6 euro

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