Bans Of Susans
Bans Of Susans
di Stefano I. Bianchi

[nell'immagine: Band Of Susans 1988, foto di Bob Marshak)

Indovinate perché la Band of Susans aveva questo nome. Esatto: c’erano dentro tre ragazze che si chiamavano Susan. Oltre a loro, che di cognome facevano Stenger (basso e voce), Lyall (chitarra) e Tallman (chitarra), c’erano tre ragazzi che si chiamavano Robert Poss (chitarra e voce), Ron Spitzer (batteria) e Alva Rogers (voce), il primo dei quali era anche il boss della situazione, il padre padrone nonché l’unico nome fisso, insieme a quelli della Stenger e di Spitzer, nella girandola di cambi vissuti dalla band nei suoi otto anni di vita. Band che, ingiustamente relegata nel ruolo di epigona dei Sonic Youth, aveva invece una sua distinta personalità e ancora oggi, per quanto completamente dimenticata, riesce a comunicare ottime vibrazioni e qualche insegnamento. Flashback.

Poss, Stenger e Spitzer, i tre membri-base, sono tutti di Buffalo, stato di NY, dove iniziano a suonare insieme alla fine degli anni ’70. Nei primi ’80 Poss si sposta a vivere a Manhattan e lì comincia a farsi conoscere – solo qualche concerto solitario – con la sigla Tot Rocket and Western Eyes; recuperati i due vecchi amici, nel frattempo spostatisi anch’essi a New York, allargata la formazione a Lyall, Tallman e Rogers e quindi constatato che le Susan a questo punto sono tre, nell’86 il sestetto cambia nome in Band of Susans e l’anno seguente pubblica l’EP d’esordio, “Blessing And Curse”, autoprodotto da Poss per la propria etichetta Trace Elements. Voce, basso, batteria e tre chitarre – non ce ne saranno mai di meno in ognuna delle diverse line up – che possono ricordare i Sonic Youth ma risultano molto meno ostici e sperimentali. Alla band di Thurston Moore li lega il comune background minimal-massimalista nella no wave accademico-chitarristica (i Sonic Youth arrivano dall’ensemble di Glenn Branca, Robert Poss ha studiato alla corte di Rhys Chatham, la Stenger con Phill Niblock) ma la Band of Susans è più solidamente ancorata a un rock in quattro quarti e pedalare: il muro del suono eretto con Hope Against Hope e You Were An Optimist, il ballabile post-punk Sometimes (echi di Gang of Four) e lo strumentale Where Have All The Flowers Gone indicano che i legami col passato sono evidenti ma la loro declinazione non è così prevedibile. […]

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