Edith Pearlman - Joan Didion - Jean Rhys
Edith Pearlman - Joan Didion - Jean Rhys
di Maurizio Bianchini

[nell'immagine: Edith Pearlman]

Cos’ha spinto negli ultimi anni l’editoria a riscoprire autori che non avevano goduto in vita del riconoscimento loro dovuto? Il desiderio di riparare al torto fatto? Di recuperare primizie artistiche ignorate ma paragonabili, ex post, a quella di contemporanei come Bellow, Roth, Updike, Foster Wallace? Non direi. Se Yates ha altro nel suo palmarès oltre a Revolutionary Road, come anche il Salter di Tutto quel che è la vita, John Williams si ferma a Stoner, e così l’Haruf del ciclo di Holt. Banalmente, credo che il revival risponda alla richiesta di un segmento di lettori, apparentabili ai fan della lirica o dei film di 007, vaghi delle atmosfere vintage del romanzo e nostalgici dell’antica e perduta osmosi tra la pagina e la vita – del sentimento che quanto una volta prendeva corpo nella lettura riguardasse “ciò che siamo nel profondo” – e ciò che immaginavamo fosse, nel profondo, il mondo in cui abbiamo vissuto prima che diventasse questo mondo, iperconnesso e dispersivo. Il “tempo perduto” che colora di una vernice edenica il passato contro l’attualità senza spessore che relega la narrativa in un ruolo sempre più interstiziale. I grandi autori degli anni Sessanta – penso a Mailer, che forse neppure lo è stato, ma lo ha “rappresentato” meglio di chiunque altro, o a Kerouac, che ne ha dato la versione più piena di pathos – erano anche i guru di una new age. Un ruolo che i millennial, la società liquida, sembrano aver passato ai moghul dell’informatica, in primis l’insopportabile Steve Job. E, in una modalità nefasta che rimanda ai telepredicatori, fa dei nuovi cresi i profeti di un nebuloso Brave New World governato dalla fede mistica nella tecnologia online e li moltiplica per di più “in effigie” – attraverso una comunicazione orizzontale, porosa, autoreferenziale, in una miriade di blogger, influencer e rischiosi maître-à-penser. […]

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