Enzo Carella
Enzo Carella
di Piergiorgio Pardo e Christian Zingales

"Così si fanno i dischi, disgraziatamente...una disgrazia capitata al suono, agli strumenti (guitarre azzoppate, tastiere martoriate dai cavadenti, trumpette barrite da un sorcio scherzo di natura proboscidato, locomotive che zufolano precipitando...). Così si fanno i dischi, sciaguratamente, senza mettersi in posa come le statuine del minuetto, il cicisbeo, il neo... questo azzurro sofà la collochiam ... senza nemmeno farne una questioncella piattamente rivoluzionaria... canzoni... Oritia... o Clori... o Nice... incipriate, vecchiette e imbellettate, io vi bramo ed anzi, sol per questo forse, io v’amo! Tal dei tempi in costume!... Si mette in posa soltanto chi in posa ci resta per sempre... canzoni, son anni che fate le serve ai vostri protervi, arroganti signori, avete prodigato fedeltà, sudori, la forza dei vostri nervi, l’anima, la mente e, quasi non bastasse, la vita... o tutto quello che non vale la pena d’esser vissuto, messo in musica, detto con parole che, fuor del canto, sarebbero offensive se rivolte a un cecelesso, a una lisca di pesce... canzoni... non è più aria... il cantante finalmente gracida, tira su col naso, guaisce, starnutisce, miagola, pigola, ha i conati, gli sturbi, il singhiozzo, il rospo, le ali... ha sperperato le dita tra le corde di tutte le guitarre in questo disco come tra i capelli di pazze inafferrabili e roche, torve, cupide, assatanate ma anche capaci di mitezze, dulcis in fundo, nettari... Costui non suona, non tocca il guitarrino bensì raspa, si spezza le unghie sulla lavagna di un accordo cupo con stridore... costui cincischia, mischia le carte musicali, zappa, inchioda, pialla, frulla, spenna la gallina...e succia l’ovo sentimentale dopo averlo trafitto con lo spillone di un’appuntita scapestreria... La voce è lo sbriciolio di un mattone, una cicala alla quale è apparso San Venceslao, una lima, un trattore lontano, lo srotolio di un gomitolo di sabbia, il raspare di un botolo su una porta serrata per sempre, il gocciare da una grondaia, il gorgoglio intestino di un tenore sofferente di afonia..." […]

De profundis Carella de Carellis Clamavi
Un De Profundis vergato da Enzo Carella e da Pasquale Panella in stato di osmosi, perché banale sarebbe cianciare adesso di immedesimazione. I sentimenti di Enzo erano così espressi nel ritorno alla discografia “Carella De Carellis” (IT, 1992) di cui queste parole (devotamente trascritte e pubblicate in rete da Edmondo Barbero) erano il suggello finale, posto a chiusura di credits, quale monito irridente e minaccioso: qualcuno le dirà situazioniste, perché è questo l’aggettivo che siamo ormai soliti usare ogni qual volta non si abbiano il coraggio e l’amore di affrontare un dettato metaforico, e invece eccole: tanto dense di rabbia e di senso da farci sentire semplicemente inadeguati. La poetica di Panella, non solo da tempo esule in terra battistiana, per quanto già comprovata dal miracolo pop di una Vattene Amore, è qui al servizio della nobile istanza volta a trasformare lo sdegno in visione. La tradizione letteraria ha vissuto molte volte l’altezza di un siffatto stratagemma. Basterà individuare di tale attitudine un archetipo a caso, scelto fra molti per maggiore verosimiglianza, e ce ne faremo agilmente ragione. Si legga dunque la parodia intentata al petrarchismo e alla diavolo di società che se lo portava da Domenico di Giovanni, detto il Burchiello. Leggiamo e assaporiamo la medesima indomita vendetta, tradotta in girotondo di pernacchie e di visioni. La coincidenza dei toni provocherà sussulti: Nominativi fritti e mappamondi / e l’arca di Noè fra duo colonne / cantavan tutti ‘Kyrieleisonne’ / per la ‘nfluenza de’ taglier mal tondi / La luna mi dicea “Ché non rispondi?”. / E io risposi “I’ temo di Giansonne,
però ch’i’ odo che ‘l dïaquilonne / è buona cosa a fare i cape’ biondi”. / Et però le testuggine e’ tartufi / m’hanno posto l’assedio alle calcagne, / dicendo: “Noi vogliàn che tu ti stufi”, / e questo sanno tutte le castagne: / perché al dì d’oggi son sì grassi e gufi / c’ognun non vuol mostrar le suo magagne. / E vidi le lasagne andare a Prato a vedere il sudario / e ciascuna portava lo ‘nventario. […]

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