Fashwave: la wave fascista
Fashwave: la wave fascista
di Antonio Ciarletta

All’inizio del mese di febbraio una notizia, che in realtà proprio una notizia non è, fa il giro di televisioni, giornali, siti web, forum e chi ne ha più ne metta. L’ormai famigerato Steve Bannon, giornalista, politico, stratega elettorale e consigliere del neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, annovera nel proprio pantheon ideologico Giulio Cesare Andrea Evola, meglio conosciuto come Julius Evola, filosofo, scrittore, poeta, esoterista, eccetera eccetera di schietta, anche se per certi aspetti puntualizzabile, appartenenza fascista. Di lì lo sconcerto, l’inquietudine, la paura di tutta la stampa statunitense e di gran parte della stampa europea. Contemporaneamente, la soddisfazione dei reduci dell’estrema destra storica nostrana che, in un rigurgito di “ah, quando c’era lui”, hanno festeggiato lo sdoganamento del loro massimo ispiratore, preferendo ignorare un’evidente contraddizione: Bannon è un fermo propugnatore dell’idea imperialista secondo la quale l’occidente giudaico-cristiano deve rispondere al fuoco - e non c’è bisogno di virgolette in questo caso - dell’espansionismo dell’Islam da un parte e della Cina dall’altra, mentre Evola era un convinto e fervente anti-cristiano.
Ora, siccome Trump è al centro del dibattito politico di questo primo scorcio del 2017, e sarà al centro del dibattito politico ancora per molto, non potevano non essere al centro del dibattito “culturale” le idee dei suoi sostenitori. Una parte cospicua di essi si identifica con l’ideologia alt-right o alternative right che dir si voglia. Prima e più che una tendenza politica vera è propria, l’alt-right è nebulosa di idee suprematiste, razziste e xenofobe che assume la definizione attuale nel 2010. È quello l’anno esatto in cui il suprematista bianco Richard Spencer ne delinea i confusi contorni neo-reazionari. Se il populismo è il segno distintivo di questo tempo caotico, l’alt-right è decisamente l’avanguardia reazionaria del populismo di destra negli Stati Uniti d’America. Intendiamoci, una destra tirata a lucido e parecchio rinnovata. Uno degli aspetti più interessanti e al contempo estremamente seri dell’intera faccenda è, infatti, l’assoluta capacità del movimento di utilizzare i nuovi media per i propri scopi di propaganda. A dire, nel caso dell’alt-right non ci si trova al cospetto di generici neo-tradizionalisti che rifiutano aprioristicamente il concetto di modernità. Al contrario, pur rimanendo fedeli alle idee della destra più estremisticamente connotata (tradizione, sangue, razza, nazione ecc), la nuova destra americana ha parassitato e fatto propri alcuni dei metodi e, in parte, anche alcuni dei contenuti di quella che una volta era la sinistra antagonista, radicale o come vi va di chiamarla. Un esempio? Chi nel 2001 criticava, in modo giusto nel merito, confuso nell’argomentazione e non proprio efficace nel metodo, il dipanarsi inarrestabile dei processi di globalizzazione del mercato? I movimenti di sinistra che facevano riferimento al famigerato popolo di Seattle. Da qualche anno a questa parte la critica alla globalizzazione è invece il piatto forte della destra americana ed europea. Anche se, ad essere precisi, movimenti di destra che criticavano la globalizzazione ve n’erano anche all’inizio degli anni Zero. Erano insignificanti ma ce n’erano. […]

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