Gianluca Becuzzi
Gianluca Becuzzi
di Dionisio Capuano e Roberto Franco

[nell'immagine. Gianluca Becuzzi, foto di Leonardo Becuzzi]

DOPO DI ME, IO
Assertivo e intransigente, Gianluca Becuzzi, dopo più di trent’anni di attività, si staglia come personalità creativa meta-genere, capace di indagare l’inferno oramai senza demoni e lo sgomento elettronico. Riprendiamo un discorso iniziato quasi nove anni fa su queste pagine da Paolo Bertoni. Sembra ieri.
Anzi oggi.
No, domani.

1. SENZA / PIÙ PAROLE
“Non si tratta di voler stupidamente sfuggire all’utile, ancor meno di negare la fatalità che dà sempre a esso l’ultima parola [ma si tratta di fare spazio alla] possibilità di vedere apparire quel che seduce, ciò che sfugge nell’istante dell’apparire alla necessità di rispondere all’utile” [G. Bataille]

Oramai le stagioni del suono, (che nella società del dopo bomba, sono tutte mezze), non consentono più la gestione di strumenti valoriali (musica alta e bassa, di genere e non di genere e via discorrendo). Subentra un approccio, per così dire, funzionalista. Per disperazione: a cosa serve la musica? L’aspetto estetico è stato inevitabilmente compromesso dalle avanguardie storiche e, strumentalizzando quanto tempo fa scriveva Gianni Emilio Simonetti, l’unico vero obiettivo è generare meno orrore possibile rispetto a quanto se ne utilizza. La bellezza sta altrove, fuori (dai confini) dell’arte ed anche della parola: nel luogo dell’indicibile e dell’irrappresentabile. Aveva una ragione William Burroughs e lo si drammatizzava in “Pontypool”. La parola infetta i significati e la relazionalità. Sta zitto o muori, appunto.
In questa temperie socio-estetica, praticare arte è sempre più un grosso azzardo, si rischia di ripetere oscenità necrofile. La situazione si aggrava quando si aggiungono aggettivi: “avanguardia”, “sperimentazione”, “elettronica”. Con “industrial” poi teniamo tra le mani il corpo del reato. Vittore Baroni anni fa scriveva che l’orrore inoculato a giuste dosi funziona come un vaccino. Ampliando il contesto a fini teorici, facciamo nostro quanto Pier Maria Bocchi scrive su Cineforum recensendo “The Killing of a Sacred Deer”: “L’orrore, insomma, non è soltanto la chiave di volta per l’epifania della propria identità, ma anche l’uscita di sicurezza per l’estrema riconversione di una vita abitualmente adibita all’uniformità più indulgente.” Tuttavia dosare è arte ignota nella Società dello Spettacolo e non si vive di epifanie reiterate. […]

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