Gogogo Airheart e Panoply Academy
Gogogo Airheart e Panoply Academy
di Stefano I. Bianchi

[nell’immagine: Gogogo Airheart (sopra) e Panoply Academy]

Esattamente venti anni fa la situazione delle nostre musiche era questa: il post-rock, la nu electronica (drum’n’bass, minimal techno, IDM) e la nuova improvvisazione radicale erano i generi dominanti dell’underground, mentre il grunge e il nu metal erano da anni già sdoganati (e sfioriti) nel mainstream, l’hip hop era saldamente in mano al gangsta rap e i vecchi eroi della new wave, ormai decaduti, si barcamenavano tra silenzi e inani pulsioni verso le classifiche. Quelli che si dedicavano alla riscoperta del cuore caldo della new wave (Pop Group, Gang Of Four, P.I.L., Pere Ubu, This Heat, Wire, alt-dub, alt-funk) erano pochissimi; sì, c’erano le frizzanti scene della Skin Graft e del math rock, ma ereditavano più dalla no wave (la prima) e dal noise-post hardcore (la seconda) che non dalle ansie sperimentali dell’epoca wave.
I Gogogo Airheart e i Panoply Academy, entrambi esorditi nel 1997, furono tra i gruppi che per primi recuperarono il fior fiore della new wave e del post-punk. Le loro vicende, molto simili nella cronologia, nello svolgimento e nei risultati, sono degne quindi di essere riscoperte proprio oggi, nel ventennale della loro nascita, non solo perché dettero ottimi risultati dal punto di vista strettamente artistico ma anche perché fornirono il substrato per almeno due scene-tendenze che avrebbero dominato il primo decennio del nuovo secolo. A partire dai primi anni ’00 infatti il loro sotterraneo lavoro sarebbe stato da un lato volgarizzato e riorganizzato da sciapi epigoni che avrebbero fatto gridare al “ritorno della new wave” con relativo schiamazzo sul “ritorno delle chitarre” (dagli Strokes alla miriade di loro imitatori), e dall’altro avrebbe fruttato buoni e ottimi continuatori nei protagonisti del nuovo punk-funk, di cui peraltro loro stessi furono i primi neo-interpreti. Due formazioni piccole e dimenticate che, pur avendone prodotta di molto buona, non hanno cambiato e non cambieranno le sorti della musica ma sono comunque fondamentali se vogliamo delineare i percorsi, sommersi ma non così tortuosi, dell’underground dell’ultimo trentennio. […]

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