IANVA
IANVA
di Paolo Bertoni

[nell’immagine: IANVA, foto di Mirko Stella]

NONOSTANTE il formato non invitante, nel vaglio di quanto pervenuto in quei giorni al mio domicilio, non passò certo in second'ordine un CDR con artwork peraltro fortemente evocativo titolato La ballata dell'ardito, per i tipi di un'allora misteriosa Antica Fonografia Il Levriero, che tuttora persevera nell'accompagnare il periglioso tragitto di IANVA. Tre brani, tra cui una rilettura di Amsterdam di Brel 'registrata nell'anniversario della Santa Presa di Fiume'. Si presentava così la formazione genovese, che quest'anno celebra il suo decennale, e discograficamente lo farà presto con un vinile con inediti e sparse rarità, proprio partendo da quell’introduttivo capitolo: “Stefania D'Alterio, che non era ancora mia moglie, già aveva fatto quella cover con un gruppo che si chiamava Domina, le ho proposto di farne una versione con noi, senza trucchi di studio, come se fossimo davvero in un locale. Si inseriva perfettamente nell'immaginario che in quel periodo si stava creando, in un momento artisticamente depresso e comunicativamente terrificante in cui mi sembrava che in Italia non si riuscisse ad evadere dagli anni '90, tra indie chitarristico dimesso e noise rimasticato. All'epoca, leggendo memoriali sia della prima guerra mondiale sia fiumani, avevo notato che questi ufficialetti reduci avevano tutti un modo di esprimersi abbastanza simile, erano padroni della lingua italiana ma erano stati addestrati a scrivere come si fosse ancora appena dopo Manzoni. Poi era arrivato D'Annunzio, tabula rasa, e tutti d'annunzieggiavano. Mi ero divertito a scrivere degli stralci di memoriale in quello stile, col piglio un po' guascone dell'ufficiale giovane, e li ho pubblicati in vari portali in rete. Ho capito che era una molla carica, che la cosa attirava interesse, mi ha scritto l'Istituto Nazionale Studi Fiumani dicendomi che, pur avendo censito tutti i memoriali fiumani che erano stati scritti, questo gli mancava e se potevo mandargliene una copia. Nel frattempo con Daniele Argento e Francesco La Rosa stavano prendendo forma IANVA. Nel filone marziale d'allora, ad esempio Der Blutharsch, ciò che sentivo mi lasciava insoddisfatto, l'atteggiamento era quello di gente che arrivava dall'area industriale e che per organizzare i suoi cut-up saccheggiava dischi del suo stesso ambiente, se prendeva qualcosa d’altro rubacchiava dalla musica medioevale. Sentivo un suono piccolo e sottile, che non mi dava idea di un grandioso scenario bellico con una visuale magari a bassa definizione ma a larghissimo raggio, non la visione del rapace che viene dall'alto o della scrittura di Omero, ma quella di un romanzo minimale, non riuscivo a sentire la tempesta della storia. Io e Stefania condividevamo una passione per le colonne sonore italiane d'epoca, Morricone, Micalizzi, Ferrio, abbiamo pensato di costruire degli scenari sonori campionando musica che non andasse oltre il 1980, prendendo fonti solamente analogiche, possibilmente di orchestra, ma non sinfonica. Abbiamo cominciato a confezionare una serie di brani che potessero essere delle colonne sonore per scenari da prima guerra mondiale, poi è arrivato il momento di non accontentarci di ottenerlo con dei loop ma di suonarlo con strumenti veri, e trovati altri membri è nata IANVA. Prima abbiamo teorizzato un suono, poi, con fatica, abbiamo assemblato una formazione, in modo da riprodurre fedelmente questo suono.” […]

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