Jean-Patrick Manchette [pt.1]
Jean-Patrick Manchette [pt.1]
di Roberto Curti

«Il noir era il romanzo di un mondo congelato. Per questo è finito. Con i lustrini ai polsi, i discepoli tardivi ne gestiscono i resti.» (JPM, 1980)

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A chi lo salutava come il padre del neopolar – termine da lui stesso coniato per prendersi gioco della critica: «era come dire neopane, neovino, neopresidente» –, Jean-Patrick Manchette si schermiva ironico, ribattendo di considerarsi piuttosto un figlio dell’hard-boiled americano: Hammett («il miglior romanziere del mondo dal 1920 in qua»), Chandler, Charles Williams, John D. MacDonald, Jim Thompson (in contrapposizione a Hadley Chase, Cheyney, Spillane, liquidati come «piazzisti di surrogati»). «Rifaccio come i grandi americani», diceva. «Ma rifare i grandi americani significa fare un’altra cosa rispetto a loro: è il problema di Pierre Menard, autore del Don Chisciotte! Cosa succede quando si rifà qualcosa a distanza di tempo e non è più il suo momento?»
Un paradosso che descrive bene l’essenza e l’opera dello scrittore francese. Detestando le infiorettature della critica sul genere poliziesco, Manchette amava definirsi un artigiano che produce merce culturale per le masse, utilizzando stilemi, personaggi e canovacci ampiamente codificati se non abusati, ma partendo da pensieri propri, e da una propria visione del mondo. Ossia, come il Menard di Borges, «non voleva scrivere un altro Quijote – che sarebbe stato facile – ma il Quijote.»
Per essere artigiani ci vuole stile, si sa, e qui lo stile è formidabile. Un’ingannevole semplicità, una facile beva che svela una tessitura strabiliante, con una complessa rete di riferimenti culturali (letterari, filosofici, politici, musicali, cinematografici) a punteggiare il palinsesto narrativo, una mimesi della lingua parlata pronta a lasciar sbocciare invenzioni mirabili (come l’inizio di Posizione di tiro, con quel refolo di vento che parte dall’Artico, attraversa mezzo mondo e arriva a toccare gli occhi del sicario in attesa della vittima, in un periodo che pare un impossibile piano-sequenza), un’ossessione costante per la perfezione ritmica, una ricerca inesausta di una «purezza gioiosamente impura.» […]

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