JUNE OF 44
JUNE OF 44
Stefano I. Bianchi

Come richiesto da alcuni lettori, ripeschiamo un vecchio articolo di tredici anni fa, il primo che abbiamo dedicato ai June Of 44 all'indomani dell'uscita del loro primo album. Aggiungiamo inoltre tutte le recensioni uscite sul giornale e... un'intervista inedita realizzata con il chitarrista e cantante Jeff Mueller!

June Of 44
Hanno inciso uno dei dischi migliori dell’anno appena trascorso, i June of ‘44, capace di oscurare quasi totalmente tutti gli altri derivati dai Rodan. La band, formata da Jeff Mueller alla chitarra e voce (dai Rodan, anche nei Rachel’s), Douglas Scharin alla batteria (ex Codeine, anche nei Rex), Fred Erskine al basso (dagli Hoover) e Sean Meadows (dai Lungfish, anche nei Sonara) alla chitarra, ha partorito un gran bell’album ("Engine Takes To The Water", Quarterstick) di rock disarticolato e sperimentale che ha molti spunti fugaziani (eredità filtrata attraverso i Rodan, gli Hoover e i Lungfish) e richiami free che rimandano inevitabilmente ai soliti Slint, padrini tutelari di tutta questa genìa di musiche. Colpisce poi l’attitudine quasi teatrale che informa le declamazioni di Jeff Mueller, ora disperate ora sospese nel vuoto (vedi I get my kicks for you) con la musica ad assecondarle di buon grado.
L’album, registrato nel dicembre del ‘94 e prodotto da James Murphy, è stato una delle più belle sorprese di un’annata peraltro non esaltante. Potenzialmente senza limiti, la musica dei June of ‘44 vive di continue stasi e accelerazioni, accenni psichedelici (la chitarra di Mooch e tutta Sink is busted fanno tornare in mente addirittura i Pink Floyd!) e rigurgiti core, improvvisi scazzi e pause liberatorie (Take it with a grain of salt), disegni fugaziani (la bellissima June Miller) e sperimentalismi dissonanti (Pale horse sailor), derive albiniane (Mindel) e - finalmente! - solo di sé stessa (Have a safe trip, dear). Un disco che cresce nel tempo, che ha bisogno di numerosi ascolti per essere assimilato appieno. Solo allora vi accorgerete di quanto è personale la tragicità di certe sue espressioni (ecco la definitiva maturazione di uno stile che nei Rodan era ancora un po’ grezzo) e di come la tensione dell’insieme non venga mai meno, realizzando una suspence e un’atmosfera uniche nelle musiche odierne. Un capolavoro, ancora una volta.
Del gruppo, come già scritto, fa parte anche un ex Hoover, il bassista Fred Erskine. Vale la pena spendere qualche riga su questa misconosciuta band che ha prodotto, a quanto mi risulta, solo un album per poi scomparire nel nulla ("The Lurid Traversal Of Route 7", Dischord 1993). Il fatto è che quel disco era bellissimo, e vi consiglio caldamente di ripescarlo, se ce la fate a trovarlo. Si tratta in pratica del tipico suono Dischord, inevitabilmente fugaziano ma dilatato e diluito in una formula che poi ha avuto evidente influenza anche sugli stessi June of ‘44. Pezzi come Electrolux o Cuts like drugs dimostrano chiaramente che la lezione della band di Ian McKaye cominciava a star stretta anche ai gruppi che ne erano ispirati. E’ una costante inevitabile: dopo la definizione, ogni novità - anche basilare come quella dei Fugazi - diviene in qualche modo ortodossia. Ma per fortuna (nostra e della musica tutta) la peculiarità più intima del miglior rock è senz’altro l’anarchica spinta a rimettere in discussione ogni ordine stabilito. Fu un passo avanti di grossa rilevanza, quello compiuto dagli Hoover nel 1993, al quale ancor oggi non è stato tributato l’onore che meriterebbe. A costo di esser noioso e ripetitivo: un futuro disco di culto. Fidatevi. (Stefano I. Bianchi)
[pubblicato su Blow Up Fanzine#3, Febbraio 1996, articolo “Musiche d’Americhe”]


RECENSIONI

“Tropics And Meridians”
(Quarterstick)
Piccoli aggiustamenti di rotta nella seconda uscita dei June Of 44. Già si potevano intuire dall’ascolto dell’inedita Rivers and plains sull’ottima compilation Lounge AX Defense And Relocation CD: un ottimo pezzo più compatto e meno nervoso del solito, che lasciava intuire un qualche bisogno di mettere ordine nel marasma emotivo dei suoni. Nel nuovo lavoro, ottimo sebbene non all’altezza del precedente, le coordinate fondamentali della loro musica restano comunque le stesse, vale a dire un rock in continua tensione, basato su andirivieni e strappi, tra eruzioni ritmiche e pacate riflessioni intimistiche. C’è però una maggiore strutturazione, una più esatta delimitazione e separazione degli scomparti sonori imponibili ai flussi emozionali, quasi che ci volesse incamminare verso una definizione più ‘rock’ del proprio immaginario sonoro. Il recitato melodrammatico di Jeff Mueller resta però ancora una delle migliori caratteristiche delle loro musiche, tra urla molto albiniane (come nell’iniziale, lunghissima dilatazione di Anisette), declamazioni secche ed enfatiche (la compressa Lusitania e la finale, abrasiva e micidiale Sanctioned in a birdcage) e deliqui incomprensibili (June leaf). Parziali sorprese arrivano infine dallo strumentale Lawn bowler (digressione che ci porta dalle parti dei Tortoise) e dalla bellissima Arms over arteries, dimesso quadretto cantautoriale cantato a fil di voce (se non erro da Sean Meadows) in maniera molto vicina alle cose che da tempo vanno facendo dalle parti di Chicago i Gastr Del Sol o più recentemente i For Carnation. Sembrerò ripetitivo, ma tutti questi gruppi hanno radici vicine ed è inevitabile citarli vicendevolmente ogni volta. D’altro canto sarebbe arduo cercare paragoni con altre scene per musiche tanto originali da esser diventate il punto di riferimento principe del cosiddetto post rock. (7/8) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up Fanzine #5, Luglio 1996]


“The Anatomy Of Sharks” (Quarterstick)
Il nuovo mini dei June Of 44 arriva, un po’ a sorpresa, a breve distanza da Tropics And Meridians e contiene tre pezzi registrati nelle stesse sedute di quell’album, nel gennaio dello scorso anno. Viene da chiedersi se per caso li avevano considerati scarti (!), perché questi sono tra i migliori in assoluto della loro produzione e rendono probabilmente questa l’uscita migliore del loro intero catalogo, senz’altro la più coerente e convincente. E’ una band che sta diventando un classico, e sarà dura per Steve Albini fare di meglio con i suoi Shellac. Perché? Perché sono proprio loro a fornire un termine di paragone per le coordinate sonore dell’iniziale Sharks and sailors, un brano micidiale che procede per oltre 11 minuti tra pause e sobbalzi con un ritmo marcato, un refrain azzeccatissimo e dilatazioni sospensive, un vero tripudio per i prossimi concerti. La seguente Boom è uno strano esperimento per sole percussioni (quasi afro) e tromba malinconica sullo sfondo, mentre la finale Seemingly endless steamer - leggermente al di sotto degli altri due pezzi - riporta ancora a quei climi rock che sono ormai un loro esatto marchio di fabbrica. Ventidue minuti di musica immensa, un vero monumento al rock dei nostri tempi, parola d’onore. (9) (Stefano I. Bianchi)
[pubblicata su Blow Up #0, Marzo 1997]


“Four Great Points” (Quarterstick)
Un diagramma musicale che vive e prospera su di un equilibrio precario, intricato e intrigante, spigoloso e fluttuante, la cui comprensione più che di una lettura necessita di un flusso di coscienza. Questo è Four Great Points, questo è l’album della maturità dei June Of 44. Posta in questi termini la parola ‘maturo’ può sembrare sentenziosa e un po' ambigua, tuttavia ci sono buoni motivi per giustificarla. Innanzitutto denota una crescita del loro senso sperimentale che si acuisce elaborando, evolvendo un suono oramai proprio e storicizzato. Da questa ridefinizione degli assetti scaturisce il loro lavoro più artistico, intendendo come ‘arte’ un concetto il meno spontaneistico possibile, semmai più ricercato e intellettualizzato. Palese l’aggancio alla letteratura nello scrittore che si autodetta un testo mentre batte i tasti della macchina da scrivere di Air #17, i richiami free della tromba di Erskine nello stesso pezzo, quelli alla musica colta attraverso inserimenti di violini, l’immersione in atmosfere espressioniste. Ma questa possiamo considerarla anche la loro produzione più contaminata, un incrocio di quattro sensibilità musicali forti e a volte differenti che si coagulano senza il rischio di annullarsi a vicenda, anzi formando un anticorpo assolutamente imbattibile. Ciò implica un livello compositivo più eterodosso, dalle diverse facce e interpretazioni: il basso che assume frequenze dub dettando le linee su giochi di armonici e volumi (Doomsday) o su sampling (Lifted bells), il post-raga lungfishiano privo di spiritualità di The dexterity of luck sono solo un paio di esempi di arricchimento delle esecuzioni. La maturità determina però anche una perdita (più o meno accentuata) di carica aggressiva qui compensata dall’unico pezzo killer del lotto, vale a dire Cut your face. L’introspezione invece regna in brani come Shadow Pugilist o nei morbidi passaggi di Of information & belief, mentre le note sdrucciolevoli e vellutate di Does your heart beat slower si avvicinano a certe cose dei Girls Against Boys. Sta tutto qui dentro il fascino di questo quarto punto fisso, il quarto tassello di un gruppo che continua a cambiare il rock rispetto a come lo conoscevamo fino a pochi anni fa. (8) (Fabio Polvani)
[pubblicata su Blow Up #4, Gennaio/Febbraio 1998]


“Anahata” (CD 1/4 Stick) (8t-50:39)
Tira aria di profondo rinnovamento in casa June Of 44. Non proprio “musica cubana” come anticipava il nostro KGB nella rubrica “Accade che” dello scorso numero, ma un grosso sconcerto sin dal primo ascolto è garantito. Poi, riannodando le fila dei pensieri, quello di Anahata è sembrato il passo più opportuno, il modo migliore per uscire da una fase creativa che, dopo aver raggiunto l’apice con il capolavoro The Anatomy Of Sharks, aveva inevitabilmente imboccato, con il pur valido Four Great Points e con i concerti che ne seguirono, la parabola discendente. In Anahata vengono fortemente limitate alcune tra le caratteristiche basilari del loro inconfondibile stile - l’andamento tutto pause e sussulti, l’irruenza delle chitarre, i passaggi più spigolosi - in favore di una maggiore propensione alla ricercatezza (e, perché no?, contaminazione con altri linguaggi), tendenza già presente nei precedenti lavori ma qui portata alle estreme conseguenze. Nessuna tabula rasa, comunque, giacché l’apertura delle danze è affidata a Wear Two Eyes, che altro non è che il riarrangiamento di Boom (da The Anatomy Of Sharks), magico dialogo tra una malinconica tromba (che sembra tratta via di peso da Music for Siesta di Miles Davis e Marcus Miller) e delle percussioni tribali. Escape Of The Levitational Trapeze Artist, il secondo pezzo, scarno e ripetitivo, volge il suo sguardo all’indietro, forte di armonie vocali che provengono da vecchie onde albioniche per arrivare a Cardial Atlas, ritorno allo stop and go e nervosismo sottopelle che non esplode mai. Vicina ai Fugazi e, ovviamente, splendida. Subito dopo, tra atmosfere latinoamericane e raffinatezze lounge, i suoni notturni della tromba e le suggestioni esotiche della batteria si impadroniscono di Equators To Bi-Polar. Non spiace ripetersi: un’altra incantevole perla. A questo punto giungono gli episodi meno riusciti dell’album, Recorded Syntax e Southeast Of Boston, brani che cercano di ricreare le emozioni, rispettivamente, di Escape Of.. e Equators To Bi-Polar: noiosa le prima, con quel cantato narcotizzante che mal si sposa con una certa ripetitività d’insieme, seriosa la seconda che non esibisce minimamente nè la spensieratezza nè il brio di Equators... Risolleva le azioni del disco Five Bucks In My Pocket, altro passaggio dominato da un nervosismo represso che esplode fragorosamente in Peel Away Velleity, dove finalmente i June Of 44 liberano tutti i cavalli tenuti a freno sino ad allora. Le chitarre, grondanti elettricità, riconquistano la scena per la gioia dei vecchi sostenitori ma sono ancora le note malinconiche della tromba e i tocchi della batteria - sospesa nell’aria - di Doug Scharin ad illuminarne il finale. In sintesi, Anahata è quello che potrebbe essere definito, senza pericolo di smentite, un disco di transizione; noi preferiamo definirlo un disco coraggioso per la brusca sterzata che dà a uno stile ormai consolidato, aprendo nuovi orizzonti al gruppo. Un gruppo in buona salute, pronto a recitare un ruolo da protagonista anche nel terzo millennio. (7/8) (Roberto Municchi)
[pubblicata su Blow Up #13, Giugno 1999]


In The Fishtank 6
(CD Konkurrent) (6t-27:49)
Solito pescione in copertina, solita durata intorno alla mezz’ora, solito gruppo americano in tour in Europa invitato a spendere qualche giorno in quel di Amsterdam registrando quel che gli aggrada. Il quinto volume della collana In The Fishtank aveva, qualche mese fa, visto all’opera gli chicagoani Tortoise, in singolare connubio con gli olandesi Ex. Per il sesto i loro concittadini June Of 44 hanno deciso di far da soli. Risultato? Sei brani forse di seconda schiera rispetto a una media produttiva comunque molto alta, ma che ad ogni buon conto testimoniano di un gruppo più in salute di quanto abbiano ipotizzato taluni all’indomani dell’uscita del controverso Anahata. Nessuna rivoluzione viene inscenata, né del resto c’era da attenderselo da un’uscita per sua stessa natura interlocutoria. Il lento ascendere verso marziali empirei di Pregenerate e la spastica danza Gang Of Four di Modern Hereditary Dance Steps si fanno comunque apprezzare. (6/7) (Eddy Cilìa)
[pubblicata su Blow Up #18, Novembre 1999]


DISCOGRAFIA
Engine Takes To The Water (LP/CD, Quarterstick, 1995)
Tropics And Meridians (LP/CD, Quartestick 1996)
Rivers and plains, sulla compil. The Longe AX Defense And Relocation CD (CD, Touch & Go 1996)
The Anatomy Of Sharks (EP/CD, Quartestick 1997)
Four Great Points (CD Quarterstick 1998)
Anahata (CD Quarterstick 1999)
In The Fishtank (EP/CD Konkurrant 1999)


Intervista a Jeff Mueller
Raccontami come si è formata la band.
Praticamente ci siamo decisi a mettere insieme il gruppo durante dei tour e dei viaggi che per diversi motivi abbiamo fatto insieme. Ognuno di noi aveva visto suonare la band dell’altro o le band in cui eravamo eravamo coinvolti. Parlandone abbiamo pensato che sarebbe stato divertente fare qualcosa insieme ed allora abbiamo iniziato.
Quali sono i cambiamenti più importanti nel vostro nuovo album?
Engine Takes To The Water era un album intenso, febbrile, agitato. Lo registrammo in pochissimo tempo, circa due settimane, pertanto il suono venne fuori particolare, piuttosto strano, anche se è proprio per questo che ci piace. Tropics And Meridians invece è stato molto più ragionato, più completo e meditato.
Mi sembra che ci siano meno cambiamenti di ritmo e ‘andirivieni emotivi’ che in Engine... Volevate creare un suono più rock?
Probabilmente sì. Abbiamo passato più tempo in sala di registrazione e abbiamo smussato meglio gli angoli.
Un suono così rilassante e quieto come quello che tirate fuori in pezzi come Arms over arteries è piuttosto sorprendente...
‘Quieto’ mi sembra l’aggettivo adatto.
Il vostro materiale è un esempio perfetto di quello che viene chiamato ‘Louisville sound’ e che è partito con gli Slint, i Rodan, i Gastr Del Sol ed è arrivato ai For Carnation e a voi. Siete consapevoli che avete probabilmente creato la miglior cosa capitata al rock negli ultimi cinque anni?
Grazie. Non so cosa risponderti...
Un altro aspetto della vostra musica è il sapore melodrammatico che attraversa le tue declamazioni e rende uniche le vostre canzoni. Sembra lo svolgimento naturale di quello che facevi nei Rodan. Quanto resta di quell’esperienza nei June Of 44?
Dipende da come ti poni - come ascoltatore - ascoltando la musica. Possiamo comunque dire che è quella la nostra direzione.
C’è qualcosa di vero nel fatto che le persone coinvolte nei Rodan non si sopportavano, anzi quasi si odiavano...?
Questa domanda non ha niente a che fare con i June Of 44 (piuttosto stizzito, ndr.). Comunque, se ti fa piacere, no, anzi ci apprezziamo molto...
Come fate a lavorare sui pezzi, abitando tutti in città diverse?
Semplicemente ci concentriamo molto per brevi periodi, una settimana qui, quattro settimane là...
La vostra musica non è mai sembrata molto improvvisata, ad eccezione di pezzi come Lawn bowler, in quest’ultimo album. Svilupperete questo tipo di suono?
Credo che continueremo a lavorare nello stesso modo di sempre, ma con maggior attenzione al lavoro di studio e di registrazione.
Quanto sono importanti i progetti collaterali che portate avanti (Him, Rex, Hoover, Crownhate Ruin, Codeine...) accanto alla band?
Per ognuno di noi hanno la stessa importanza, ognuno di loro coesiste con i June Of 44.
Di che cosa parlano i testi?
Storie personali o cose inventate, non c’è una linea esatta.
Ho ascoltato la compilation per il Lounge AX. Dimmi qualcosa di quel locale.
Le persone che gestiscono il Lounge AX sono estremamente simpatiche, il bar è particolarissimo. Ma sono le persone che ci lavorano a renderlo importante. Hanno sempre dato una mano alle band facendole suonare, fungendo da punto di riferimento per ogni tour e supportando la scena in ogni maniera. Il Lounge AX è un grande locale, e valeva la pena fare qualcosa per evitarne la chiusura.
Quale è il significato del vostro nome?
Mia madre è nata nel giugno del ‘44.
Progetti futuri?
Un tour europeo nei primi mesi dell’anno prossimo.

[intervista inedita realizzata in occasione dell'uscita di "Tropics and Meridians"; i ricordi sono lontani e sfocati ma con ogni probabilità non la pubblicammo perché le risposte erano sin troppo stringate... s.i.b.]
Tag: JUNE OF 44
© 2019 Blow Up magazine all right reserved
TUTTLE Edizioni - P.iva 01637420512 - iscrizione rea n. 127533 del 14 Gennaio 2000