Laura Nyro
Laura Nyro
di Eddy Cilža

Di ascendenze russe, polacche, italiane, parte ebrea, parte cattolica, Laura Nyro vedeva idealmente celebrate le sue esequie il 27 ottobre 1997, a sei mesi e mezzo dalla prematura dipartita. Naturalmente in quella New York che non aveva frequentato che occasionalmente dal ’72 in poi ma in cui era nata e che le era sempre rimasta dentro. Perché “sembri una città, ma per me sei come una religione”[*] Naturalmente con una liturgia laica: un concerto. Appropriatamente, in quel Beacon Theater tanto maestoso quanto fatiscente che l’aveva vista sette anni prima protagonista della cerimonia con la quale era stata introdotta nella New York Music Hall Of Fame. Lì in tempi molto più prossimi aveva assistito a uno spettacolo di Chaka Khan ed era stata l’ultima sua uscita mondana, poche ore di spensieratezza sottratte alla malattia che la stava divorando. Per ricordarla si avvicendavano sul palco collaboratori e collaboratrici di una vita e qualche cantante in rappresentanza delle tante incamminatesi sulle strade che lei per prima aveva percorso. L’amica Alice Coltrane eseguiva insieme al figlio Ravi un brano del marito John, After The Rain, ed era uno dei momenti più toccanti. Ma emozionava ancora di più Rickie Lee Jones, rileggendo due delle canzoni scavate più in profondità da Laura nella miniera della sua anima. Prima You Don’t Love Me When I Cry, quindi quella Been On A Train scritta in irosa, sconfortata memoria di un cugino morto ventunenne di eroina. “No, no, damn you mister!”, scagliava al cielo Rickie Lee fra guaito e ruggito e in quell’attimo – testimonia chi c’era – fu come se un’altra figura si materializzasse lì, piegata dal dolore sui tasti di un pianoforte. […]

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