Mari - Siti
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di Fabio Donalisio

COMINCIAMO mettendo i puntini sulle i, giusto per:

“Da una quarantina d’anni il senso della tradizione è quasi azzerato non solo tra i giovanissimi, ma anche fra i meno giovani, per quanti libri possano avere letto (o scritto). Si è ormai radicata l’idea, vera solo in piccola parte, che la lingua e la letteratura crescano (per non dire nascano) insieme a una nuova percezione del mondo, e tanto più valgano quanto più abbiano la stessa età biologica del soggetto che le riceve e le pratica. La tradizione insomma è “vecchia”, qualcosa di ammirevole, sì, ma come si può ammirare una vecchia magione di campagna senza però volerci abitare, una residenza scomoda da raggiungere o troppo costosa da mantenere... Morale, la grande letteratura è tanto bella quanto impraticabile, e perciò la si lascia sullo sfondo, come una lingua morta in cui sempre meno si ha la voglia e il coraggio di scrivere. Così, ritiratisi a vivere in squallidi appartamentini condominiali, non ci si confronta più con gli antichi proprietari di quelle fastose magioni, ma con i dirimpettai di pianerottolo.”

E poi:

“No, non mi aspetto che mi crediate. Prendete le mie parole come una menzogna, oppure come una profezia; dite pure che mi sono addormentato nel laboratorio; fate conto che filosofando sul destino della nostra razza io abbia finito per imbastire questa finzione; prendete la mia assicurazione che è tutto vero come un mero colpo di teatro per suscitare interesse. Insomma, considerandola come una storia inventata, cosa ne pensate? […]
Il Caporedattore si alzò sospirando. – Peccato che non siate un autore di racconti! – disse, appoggiando una mano sulla spalla del Viaggiatore del Tempo. […] Riteneva il racconto “una smaccata menzogna”. Per parte mia ero incapace di giungere a una conclusione: la storia era davvero fantastica e incredibile, ma il narratore era credibilissimo e sobrio.”

In entrambi i casi c’entra Michele Mari. Nel primo caso, trattasi di un testo rielaborato da un intervento del 2013, ripreso nella terza, ormai enorme, edizione (per il Saggiatore) di saggi miscellanei I demoni e la pasta sfoglia, vero e proprio zibaldone, catalogo di paginette sulla magnifica ossessione una e n-ina, in cui Mari si cimenta con la critica, non certo accademica ma gastrica, epatica, ormonica, o anche itterica. Impeccabilmente umorale, si potrebbe dire. Come si merita una cosa che non è solo oggetto d’amore (sfegatato, appunto), ma più che altro materiale edile di sé, specchio metamorfico, ci si concede una parolaccia?: vita. E dunque, critica che diventa costruzione di una propria vita per interposte parole altrui, che sempre o quasi si vorrebbero – ardentemente – proprie. Nel secondo, Mari traduce La macchina del tempo di H.G. Wells (riproposta in questa nuova veste da Einaudi), anno di grazia 1895. Gli anni d’oro della fantasia, questa volta sì, davvero, al potere. Siamo verso la fine, la lunga analessi-racconto del Viaggiatore del Tempo è conclusa (e lasceremo qui galleggiare tutti i discorsi sul profetico di Wells, sui ricchi diventati ebeti a furia di eliminare ogni minima difficoltà vitale, esseri senza istinto né volontà, infinitamente gaudenti e in definitiva bestie allevate a scopo nutrimento; sui Morlocks, ultima definitiva mutazione sotterranea del proletario alienato [nonché sardonica creatura garage di Leighton Koizumi], bestia anche lui, incarnazione spietata della dialettica servo-padrone; ma sono tutte storie; altre, sempre altre storie) e lui – reduce autoptico dell’incredibile – si pone il problema della credibilità del suo racconto, della sua esperienza. Sa cos’è vero, perché ha visto. Ma sa anche che il racconto è portatore sano di menzogna, e il suo disincanto – in qualche modo gioioso – fa immediatamente correre la mente alle elucubrazioni manganelliane, non a caso, il Manganelli stesso, adoratore della letteratura in sé, sub specie avventura in particulare. Una letteratura che, secondo Mari, i “giovani” scrittori, non sanno più abitare, tanto sono ossessionati – in psicanalisi d’accatto, dall’esterno, parrebbe davvero coazione a ripetere, compulsione – dal garantire al lettore che quanto scrivono (e quindi loro stessi) è vero. Come se la parola scritta, la storia (story + telling, ve’?) fosse garanzia della propria presenza, oserei dire esistenza. Gente che non sa mentire, quindi ha poca se non nulla percezione di sé. Che con la verità mica si scherza. Da Platone in poi ci si son fatti tutti malissimo. Giusto i sofisti... e anche i più insospettabili, toh: dai un tema in classe sulle fake-news (argh), provi a mettere nella traccia il nesso teratologico “post-verità”, e dei ragazzi del terzo liceo (che in filosofia se va bene stanno maneggiando gli ellenisti) si cimentano in un’alzata di scudi – ontologica, rigorosissima – in favore non tanto della verità in sé, ma dell’auspicio di verità. […]

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