Marisa Anderson
Marisa Anderson
di Stefano I. Bianchi

LO SCRIVEVO il mese scorso nella recensione: Elizabeth Cotten, John Fahey e Sandy Bull con un pizzico di Loren Connors. Eh sì: tanta, troppa responsabilità. “Elizabeth Cotten certamente”, risponde via email Marisa, gentilissima, alla domanda se questi quattro nomi sono importanti per lei. “Sia il suo calore che la sua grandezza musicale sono fonti di ispirazione per me. Imparare come sincopare col pollice è stata una delle cose più difficili e più determinanti a cui sono arrivata da quando ascolto i musicisti blues più antichi. Gli altri tre che citi sono certamente chitarristi grandi e ognuno ha o aveva uno stile estremamente peculiare ma non potrei dire che il loro ascolto sia stato formativo per me nella stessa maniera in cui lo è stata Elizabeth Cotten.” È probabile che chi suona questi materiali e si misura con essi con fedeltà intellettuale e senza purismo arrivi a ricadere, più o meno consciamente, in luoghi che altri hanno già percorso senza avere cognizione che sono stati già percorsi, e quindi senza capire che quelli sono ispiratori senza che lui/lei sappia che lo sono – suppongo qualcosa che ha a che fare col karma. Chi invece frequenta certi suoni e certi materiali da ascoltatore dovrebbe far mente locale, adesso, che è nata una piccola stella; o meglio, che è arrivato il momento di puntare i riflettori su una piccola stella nata da diversi anni ma troppo timida per farsi strada da sola; e per fortuna che la Thrill Jockey ancora esiste e resiste. Cronache, parole, non serve molto di più. […]

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