Marisa Terzi
Marisa Terzi
di Stefano Lecchini

Per raggiungere Marisa Terzi, bisogna salire a Berceto, 850 metri sul livello del mare, Appennino parmense al confine fra Toscana e Liguria, e Passo della Cisa a un pugno di chilometri...
No, mi accorgo subito che questo attacco non regge. Perché a novembre, quando il pezzo sarà in edicola a un anno esatto dall'uscita, per Frittflacc, del magnifico album che ha riportato la Terzi all'attenzione delle cronache musicali, Marisa non abiterà più qui. Sarà tornata a Milano (dove ha vissuto dagli anni Sessanta alla fine degli anni Novanta), ospite di quella Casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi, in cui ha deciso di passare l'ultima parte della sua vita. Il prossimo giugno Marisa compirà 80 anni. A Berceto, dove è nata, è riapprodata nel 2000, dopo la fine della sua relazione con il compositore e discografico Carlo Alberto Rossi, l'autore di E se domani, Le mille bolle blu, Nun è peccato e decine di altri titoli cui Marisa ha spesso prestato le parole. Era precisamente dal 1964 che la Terzi non mandava fuori un disco tutto suo. Questo Canzoni perdute – di cui Stefano Isidoro Bianchi ha già detto tutto il bene possibile su BU #239 dello scorso aprile (e in effetti il disco, uscito in sordina nell'autunno 2017, ha cominciato a trovare entusiastici riscontri solo nei primi mesi di quest'anno: basterà per inserirlo nelle playlist 2018?) – recupera dal cassetto una manciata di brani scritti nello stesso arco di tempo in cui la Terzi era sposata con Rossi (convolati a nozze nel '77, ufficializzando un rapporto in piedi da almeno tre lustri, hanno poi divorziato nel '99): brani che, incredibilmente, non erano ancora stati dati alle stampe da nessuno. E che si avvalgono di linee melodiche di una bellezza da occhi lucidi e groppo alla gola (solo tre portano la firma di Rossi, tutte le altre sono farina del sacco della Terzi), accompagnate da testi in cui si gioca e brucia, tra batticuori, malinconia e disincanto, l'infinita partita dell'amore, e da arrangiamenti che definire sorprendenti è dir poco: non si era ancora sentito in Italia un disco che declinasse con tale tempismo e tale maestria quanto di più avant si sta muovendo in campo internazionale. […]

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