Mark E. Smith & The Fall
Mark E. Smith & The Fall
della Redazione

L’Inferno
“MARK E. SMITH è una testa di cazzo”. Così, undici anni fa, iniziavo un articolo retrospettivo dedicato ai Fall; e oggi che Mark non è più tra noi, per il rispetto che gli devo e con la certezza che lui sarebbe d’accordo, non posso che confermare: Mark E. Smith era una testa di cazzo.
Undici anni fa le mie bestemmie erano per la messe di dischi pubblicati dai Fall (al momento erano 95) tra gli album registrati in studio (al momento erano 26) e le raccolte & live più improbabili e malfatti (al momento erano 69), in pratica per la sfacciata spremitura dei portafogli dei fan attuata dal líder maximo in spregio a qualunque forma di rispetto per coloro i quali avevano sempre portato acqua al suo mulino. Questo comportamento, invero abbastanza diffuso nell’universo pop-rock ma vivaddio non sempre a questi livelli, era un riflesso esatto della personalità scostante, arrogante e perennemente provocatoria di Smith, che se ne strafotteva letteralmente delle buone maniere tanto coi giornalisti che lo intervistavano che col pubblico che lo pagava e, più d’ogni altro, coi musicisti che lo accompagnavano (i racconti sulla maniera in cui li trattava sono leggendari). Musicisti che in quarant’anni sono stati complessivamente più di settanta: tutti, nessuno escluso, usati come kleenex quando servivano e buttati al cesso quando non servivano più. Epperò, visti i risultati, chi avrebbe il coraggio di dire che Re Mark faceva male?
Perché il punto è esattamente questo: non fosse stato così intrattabile, i Fall non sarebbero stati così grandi. Fine. Perché lui e solo lui era il cuore e l’anima dei Fall, che dovevano suonare come lui e solo lui diceva voleva stabiliva ordinava picchiava. Ora scontrosamente noisy-wave, ora monotonamente neo-kraut, ora pop e baggy, ora sperimentali, ora elettronici, ora country-punk, ora il cazzo che volete (mi sto adeguando): in quarant’anni Re Mark non si è fatto mancare niente. L’unica costante era la sua voce monotona monocorde monocroma, un po’ John Lydon e un po’ Damo Suzuki, così caratteristica da esser diventata un aggettivo come accade solo ai grandi veramente Grandi. E oggi che se n’è andato, vittima dei suoi eccessi in un percorso esistenziale scientificamente e per niente romanticamente votato all’autodistruzione (ecco perché era così testa di cazzo: a non credere a niente si finisce per struggersi e distruggersi), noi ne celebriamo l’Arte povera che fu così poverissima e così grandissima. Ognuno ha un ricordo, un disco, un momento, ognuno il suo.
L’amico Enrico mi ha detto di aver letto da qualche parte uno che diceva che Mark sarà certamente andato in paradiso e starà litigando con Dio e prima o poi lo licenzierà. Eh eh eh. Mmmh… No. Io credo invece che sia andato all’inferno e che stia litigando, sì, ma col Diavolo, e che ne sappia una più di lui e che sì che lo licenzierà per mettersi al suo posto. Certo che sì. E che andare all’inferno governato da Mark E. Smith sarà un bell’andare, quando toccherà anche a noi. Stefano I. Bianchi

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