MC5
MC5
di Federico Guglielmi

PER IL QUINTETTO americano, le serate della Devil’s Night e di Halloween del 1968 costituirono in qualche modo lo start di una nuova avventura, ma furono anche il coronamento di un percorso avviato quattro anni prima dagli amici Wayne Kramer e Frederick Dewey Smith, chitarristi al tempo sedicenni, con le rispettive band Bounty Hunters e Vibratones, confluite a breve nella prima. Con l’ingresso del cantante già ventenne Robert W. Derminer, noto come Rob Tyner, i Bounty Hunters si ribattezzarono con un acronimo volto a caratterizzarne senza possibilità di equivoci provenienza e identità: MC5 alias “i Cinque della Motor City”, essendo Detroit chiamata così per il suo ruolo di nodo-chiave dell’industria automobilistica USA. Nel 1965, il bassista Michael Davis (del 1943, il più anziano della compagnia) e il batterista Dennis Thompson (1948, coetaneo di Kramer e Smith) completarono l’organico classico (e leggendario), destinato a non mutare fino al febbraio del 1972. In quell’ottobre del 1968 in cui incisero “Kick Out The Jams”, gli MC5 erano un gruppo esperto, rodato dall’infaticabile attività live soprattutto a Detroit e zone limitrofe: una frequentazione ininterrotta di ogni palco che gli venisse concesso di calcare, con conseguente infittirsi delle schiere di estimatori. Sì, i ragazzi andavano presi con le molle, ma un soldout rende tutti felici e getta le basi, grazie a un passaparola che raggiunge i media e che da essi viene amplificato, per altri soldout.
Nella fase pionieristica del loro progetto, i Nostri non mostravano interesse per la politica. Di sicuro non avevano un rapporto sereno con l’establishment, ma la loro vocazione ribelle veniva espressa quasi solo attraverso un sound crudo e graffiante, debitore del r’n’r dei Fifties e del R&B. In sostanza, erano un combo garage punk affine ai Sonics, come evidenziato dal 45 giri uscito nel marzo del 1967 per la piccola etichetta cittadina AMG: sul lato A, I Can Only Give You Everything - resa celebre dai Them di Van Morrison - in una versione molto spigolosa e sul retro One Of The Guys, un’energica canzone di gusto beat composta dal quintetto. Alla stessa (macro)area appartenevano gli altri pezzi eseguiti in quel periodo, sia cover (I’m A Man, Baby Please Don’t Go, I Don’t Mind…), sia autografi (ad esempio l’acidissima I Just Don’t Know, scelta come facciata B per la seconda edizione del singolo, commercializzata sempre dalla AMG nella primavera del 1969); assoluta la sintonia con il look sfoggiato in quei giorni dai musicisti, a base di chiome a caschetto, gilet e cravattini, oppure giacche eleganti indossate sopra maglioni a collo alto. […]

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