Michel Houellebecq & alia
Michel Houellebecq & alia
di Fabio Donalisio

“E adesso eccomi lì, uomo occidentale nella sua età di mezzo, al riparo dal bisogno per qualche anno, senza parenti né amici, privo sia di progetti personali sia di veri interessi, profondamente deluso dalla sua vita professionale precedente, avendo affrontato sul piano sentimentale esperienze diverse ma che avevano in comune il fatto di interrompersi, privo in fondo sia di motivi per vivere si di motivi per morire.”

Ci sono percorsi – specie le benemerite strade senza uscita – che sono già perfettamente compiuti al loro inizio, e allo stesso tempo tentano, provano – in realtà agognano – un punto di arrivo (una fine, una morte), senza in effetti mai riuscire a toccarlo, perennemente tangenziali al proprio fulcro. Tracciati di vita, di pensiero. A volte, di letteratura. Nel caso di Michel Houellebecq, potremmo con qualche approssimazione titolarlo:

1. La solitudine del maschio adulto occidentale mediamente istruito

Ovvero, banalmente: che si riscrive – più o meno bene, più o meno peggio – lo stesso libro, quasi a dimostrare l'impossibilità di imparare, apprendere alcunché. Suggerendo che anche la vita – questa sconosciuta, perduta sotto le coltri diversive del letterario – segua implacabilmente la stessa direzione. Sono i dettagli, le minime divergenze, a fare la differenza. Spesso tra la sopravvivenza e la morte, peraltro. Ripetizione e variazione. Schema prediletto e derelitto di buona parte della musica, della maggior parte dei comportamenti umani. A voler essere grandiosi: anche dell'evoluzione/involuzione stessa della specie. Il canovaccio di Houellebecq, dai primi vagiti in versi a quest'ultimo romanzo programmaticamente dedicato alle origini chimiche della depressione, potrebbe essere riassunto come da titoletto. Solitudine, in primis. Sempre e comunque, inestricabile, ineludibile. Maschile, in tutto e per tutto, fottendosene altamente di ogni teoria o prassi delle questioni di genere (e sentendosene poi in colpa). Poche scritture contemporanee sono sfacciatamente sessuate come la sua. Adulto, perché non ancora vecchio – vecchi non si diventa più, proprio ieri sentivo che la soglia della quarta età è stata ufficialmente innalzata a 75 anni dall'associazione dei geriatri: i nuovi ricchi di domani – ma non più giovane, intendendo per giovane quel concetto astratto e già estinto uscito fuori dagli irripetibili – ipsi dixerunt – anni '60 del secolo scorso. Stupefatto dal proprio decadimento fisico e incapace di contenerlo. Occidentale, perché comunque in ogni caso siamo figli di Cartesio e anche nelle nostre distopie non riusciamo a non sentirci centro dell'universo. Mediamente istruito, nipote di quell'alfabetizzazione di massa che ha creato gli idiot savant, che ha dato i mezzi minimi all'espressione illudendosi di poterla chiamare cultura. Quell'istruzione media che costringe a vedere – con una certa lucidità, a meno di provvidenziali e istintivi circuiti di rimozione individuali e collettivi – il fondo del nonsenso del mondo e del fallimento delle promesse di felicità senza costruire veri strumenti di gestione dell'abisso. Senza che sia stata costruita una saggezza. O, se preferite, una nuova tradizione, una narrazione mitica in grado di far accettare all'essere umano la propria penosa mortalità. […]

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