Mino Guerrini
Mino Guerrini
di Roberto Curti

L’età dell’oro
«Oggi un marziano è sceso con la sua aeronave a Villa Borghese, nel prato del galoppatoio»

Roma, 1947. Città aperta, libera, affamata di vita, stimoli, novità. Nello studio di Renato Guttuso in via Margutta fanno comunella otto giovanotti irrequieti con in tasca la tessera del PCI e in testa il rifiuto dell’arte illustrativa e verista esaltata dal partito. Si chiamano Piero Dorazio, Achille Perilli, Carla Accardi, Piero Consagra, Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato, Ugo Attardi e Giacomo Guerrini, detto Mino. Quest’ultimo, appena ventenne, è tra i nomi più attivi nell’ambiente artistico della Capitale. Assieme a Dorazio, Perilli e a un altro coetaneo di nome Lucio Fulci, ha collaborato a una rivista d’arte di impegno sociale, «L’Ariele», dalla vita breve: un solo numero, in occasione di una mostra studentesca per cui Mino ha scritto la presentazione e un articolo. Ma è stato anche tra i promotori del Gruppo Arte Sociale (GAS), ossia una dozzina di pittori romani riuniti in un’altra esperienza fulminea ma intensa, con la pubblicazione della rivista «La Fabbrica» e una provocatoria mostra sui marciapiedi di Via Veneto, prima dell’inevitabile scissione. In polemica coi «sergenti del realismo socialista all’italiana» Guttuso (è destino dei padri essere pugnalati alle spalle) e Trombadori, nell’aprile 1947 gli otto ribelli danno alle stampe un giornale, «Forma 1», anch’esso destinato a durare un solo numero. Tanto basta per fare fuoco e fiamme: merito di quel manifesto programmatico in cui i giovani arrabbiati rivendicano «la libertà di essere ad un tempo marxisti e formalisti» e propugnano il «valore estetico della forma pura quale fine dell’opera d’arte». Ossia, per dirla con le loro parole, «ci interessa la forma del limone, non il limone». […]

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