Paolo Giordano & Nicola Lagioia
Paolo Giordano & Nicola Lagioia
di Maurizio Bianchini

[nell'immagine: Paolo Giordano]

1.
“In Italia c’è molta carne al fuoco, con equivoci nuovi (il dialetto diventato prezioso, il regionalismo diventato espressionista, l’incultura creduta giovinezza, l’imitazione arcaica creduta tradizione), ma qualcosa di buono, dai e dai, ne verrà fuori”. Così scriveva Italo Calvino, fra il ’51 e il ’53. Sembra, in estrema sintesi, il compendio de La letteratura circostante di Gianluigi Simonetti, che però è stato scritto 65 anni dopo, e rappresenta la prima full immersion nella narrativa italiana del nuovo millennio. Poche cose sarebbero però più errate del trarne la conclusione di un’intatta continuità, d’un immobilismo refrattario ad ogni istanza di cambiamento. Un’autentica faglia si produce in realtà, a cavallo dei due millenni, i cui prodromi datano già dai primi anni Ottanta, prefigurando la rottura destinata a separare per sempre il passato dal presente, l’Italia del Dopoguerra, del Miracolo Economico e della democrazia bloccata da quella della costruzione europea, della politica spettacolo e della crisi di sistema.
Nell’autunno della Prima Repubblica, Sciascia e Calvino, ultimi numi tutelari delle patrie lettere antiche, ancora viventi, vedono la luce, ampiamente sottovalutati, Boccalone di Palandri (1979) e Altri Libertini di Tondelli (1980). Nelle loro pagine lo spirito dei Cannibali destinati a movimentare la Seconda Repubblica a partire da metà degli anni Novanta. Per chi ha trent’anni oggi, la transizione appare completata, definitiva; il Nuovo già alle prese con una problematica maturità. In questa realtà finzionale mutata ab imis, Paolo Giordano e Nicola Lagioia occupano il ruolo, che fu di quei due immortali, di figure più significative (Aldo Busi, che li sovrasta dalla cintola in su, appartiene a un’altra storia, solo sua, che l’attualità attraversa, con sguardo profondo e stile antico) in un milieu al tempo stesso più popolato ma più povero di autentica rappresentatività, perché nel frattempo la Letteratura ha disceso posizioni nel gradimento generale, per situarsi in una nicchia non molto lontana, e non molto più influente, di quelle del teatro o della lirica – e apparirebbe più declassata ancora, se ci si attenesse al solo cosiddetto romanzo d’autore, visto che a tenere in piedi i conti sono quasi solo i generi a colori: rosa (shocking), nero e giallo. […]

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