Paolo Spinola
Paolo Spinola
di Roberto Curti

“Ho iniziato a fare cinema un po’ come un avventuriero, ma nel senso più positivo del termine. Sono partito da Genova per mancanza di spazi,” raccontava Paolo Spinola rievocando i suoi inizi. Un aristocratico prestato al cinema, rampollo di una delle famiglie più antiche e importanti all’ombra della Lanterna, di dogi, soldati e banchieri. Navigatore come suoi concittadini celebri, ma della settima arte, solcata di tanto in tanto (solo quattro regie nell’arco di due decenni) e per rotte tangenziali, a volte azzardate, mai convenzionali. “Io avverto la necessità di introdurre un elemento nuovo nel cinema italiano” dichiarava ai tempi del suo terzo (e penultimo) lungometraggio, La donna invisibile. “La realtà sempre ai confini con l'irrealtà, fatti, cose, persone che diventano invisibili, irreali, che esistono e che non esistono, tutto questo è a mio parere assolutamente avvincente e convincente. Al punto tale che, a volte, mi chiedo se io stesso esisto veramente”. E, di fatto, Paolo Spinola (1929—2005) invisibile lo è diventato davvero: prima per la crescente difficoltà a fare cinema che ne ha interrotto la carriera alla fine degli anni ’70, poi per la difficile reperibilità dei suoi lavori (nessuno edito in home video, il solo La donna invisibile passato in tv in versione sforbiciata, Un giorno alla fine d’ottobre reperibile solo in una copia spagnola), in ultimo per l’indifferenza di quella critica che amò il suo esordio, La fuga, salvo poi disamorarsi in fretta di quel cinema altero ed elegante. E invisibile anche agli occhi di chi, scavando nel rimosso del cinema italiano degli scorsi decenni, si attarda su ritrovamenti di imbarazzante pochezza senza accorgersi di reperti ben più meritevoli. […]

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