Pasolini & Barthes
Pasolini & Barthes
di Maurizio Bianchini

1.
Quattro anni soltanto dividono la morte di Roland Barthes, febbraio 1980, da quella di Pierpaolo Pasolini, novembre 1975. Ancor più che fra loro, quelle fini paiono in sintonia con l’epoca, la lunga stagione di arditezze sperimentali, barriere ideologiche, furori catartici e rugginose utopie politiche che lascia il campo a quella venuta poi, descritta come il trionfo dell’individualismo più sfrenato (‘every man a king’), della liquidità morale, del disimpegno, dell’indifferenza e del sovranismo consumista (un giudizio sul quale ci sarebbe da ridire, ma non qui e ora). Al culmine della parabola che ha fatto di loro gli intellettuali più controversi d’Italia e di Francia, la coscienza inquieta di due paesi all’inizio di un travaglio profondo che non ha ancora l’aria di essere giunto alle battute finali, Pasolini e Barthes scendono dal palcoscenico sottobraccio, per così dire, al loro tempo – forse addirittura all’intera tradizione novecentesca – per entrare nel grande mausoleo della storia. Ed essere, così, rimossi. Nessuno, in effetti, ha la voglia o la lucidità, al tempo, di prendere almeno una foto ricordo. Gli aspetti teatrali, pittoreschi, sensazionalistici, troppo per essere creduti e proprio per questo abbracciati dall’entusiasmo necrofilo dei media (Barthes che muore travolto da un furgone all’uscita del Collège de France in cui era stato ammesso per un solo voto, appena dopo avere chiuso il corso accademico ‘79/’80; Pasolini ucciso da un ragazzo di vita all’Idroscalo di Ostia nel giorno dei morti e in un modo che pare uscito da uno dei suoi testi più duri), prendono il sopravvento sul bilancio che il periodo e la sua eredità storica e morale avrebbero richiesto. Così come passa in giudicato il lascito dei due ‘libri della vita’ a cui gli autori stavano lavorando e che le loro morti, non una deliberata intenzione, avrebbero reso dei ‘testamenti’. (Stessa sorte toccata alle ‘affinità elettive’ da cui le esistenze di entrambi erano state strette come in un destino comune: il legame esclusivo con le madri; l’omosessualità; l’uso militante della cultura; il rapporto forte ma non canonico col comunismo). Personaggi scomodi in vita, eccoli tornare buoni, da morti, per imbastire teorie complottiste alimentate da indagini a dir poco svagate sulla loro fine (ultime, in ordine di tempo, quelle di Laurent Binet ne La settima funzione del linguaggio e di Abel Ferrara in Pasolini). […]

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