Quicksilver Messenger Service
Quicksilver Messenger Service
di Stefano I. Bianchi

Un lento apprendistato
È una storia ben strana quella dei Quicksilver Messenger Service, nome tra i più mitici dell’epopea psichedelica eppure sfuggente come pochi, band sfigurata e senza volto di fronte di gente come Grateful Dead, Doors, Jefferson Airplane, Janis Joplin o Jimi Hendrix, che di quei tempi sono rimasti emblema di costume oltre che musicale. Estremo paradosso, dato che i Quicksilver furono autori di uno dei due dischi più lucenti di tutta la psichedelia – l’altro naturalmente è l’esordio dei Pink Floyd: insieme, dall’una e dall’altra parte dell’oceano, “Happy Trails” e “The Piper at the Gates of Dawn” esauriscono la portata epocale di uno stile che ancora oggi non cessa di affascinare chiunque prenda tra le mani una chitarra.
I motivi di questa scarsa penetrazione mediatica stanno nei continui avvicendamenti della line-up, nelle consequenziali evoluzioni-involuzioni-rivoluzioni di suono e stile, nella mancanza di un unico cantante che ne identificasse l’immagine pubblica e, per ultimo, nell’intricato equilibrio che legava i membri e le loro alchimie creative. Non basta infatti citare John Cipollina indicandolo quale leader e simbolo più riconosciuto perché il chitarrista non solo non fu il pezzo di maggior pregio della band ma non scrisse per essa che poche canzoni, e nulla avrebbe realizzato se non avesse avuto al fianco il ben più dotato Gary Duncan, che viceversa di canzoni ne scrisse molte e del gruppo era pure il cantante principale ma restò sempre troppo defilato. […]


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