Romagna Exotica
Romagna Exotica
di Federico Savini

“Questo dondolio epidemico si diffonde a poco a poco nel mondo intero, e minaccia di imputridire tutte le razze, gelatinizzandole. Perciò noi ci vediamo ancora una volta costretti a scagliarci contro l'imbecillità della moda e a sviare la corrente pecorile dello snobismo […]. Goffaggine dei tango inglesi e tedeschi, desideri e spasimi meccanizzati da ossa e da fracs che non possono esternare la loro sensibilità. Plagio dei tango parigini e italiani, coppie-molluschi, felinità selvaggia della razza argentina stupidamente addomesticata, morfinizzata, incipriata. Possedere una donna, non è strofinarsi contro di essa […]. Tango, tango, beccheggio da far vomitare! Tango, lenti e pazienti funerali del sesso morto! [...]. Noi gridiamo 'abbasso il tango' in nome della salute, della forza, della volontà e della virilità”. Aveva il suo bel da fare Filippo Tommaso Marinetti, nell'agosto del 1914 ben adagiato su una poltrona liberty al Kursaal di Rimini, a predicare l'indecenza del tango. A quel tempo, infatti, i romagnoli erano più che mai gente mondana, per lo meno quelli che imbastivano il mito imperituro della Riviera e che si erano già stancati del liscio, che ancor non si chiamava così ma già veniva derubricato come intrattenimento per villici di campagna.
I 'divertimentifici' in via di costruzione sul litorale romagnolo sono stati una finestra sul mondo, sulle avanguardie artistiche e sulle culture lontane, una porta d'ingresso per suggestioni esotiche normalmente precluse ai provinciali. Benzina sul fuoco per l'immaginario di un popolo che tuttora vive beato in uno stato di perenne schizofrenia, istintivamente attratto dal nuovo e votato a una laboriosa produttività, così come si tiene saldamente ancorato a una fierezza campagnola che abbonda di retorica tradizionalista. Di come il liscio risorse dalla terra bruciata prima dal tango e poi dal boogie abbiamo già scritto (#BU188), ma in effetti la musica romagnola per eccellenza, pur agevolata dal rassicurante vessillo della cosiddetta tradizione, ha sempre dovuto convivere con linguaggi d'importazione, e a ben guardare è essa stessa frutto di un triplice scippo (valzer, polka e mazurka non erano certo nati a Bertinoro...). Un genuino miscuglio di entusiasmo naif e senso imprenditoriale ha trasformato il liscio nella musica folklorica tricolore dalle dinamiche commerciali più vicine alla moderna pop music. La creazione di un repertorio vastissimo e fin troppo omogeneo permise di cogliere tutti i frutti messi a disposizione dal diritto d'autore; nel contempo, i grandi capiorchestra del liscio hanno sempre flirtato con le musiche straniere, al punto che probabilmente sono più i tango romagnoli registrati alla Siae rispetto alle mazurke, per non parlare dei classici internazionali abitualmente inseriti in repertorio. Accadeva con le riduzioni operistiche del pioniere Carlo Brighi e basti pensare a Ivano Nicolucci che nei plasticosi anni ’80 chiudeva i concerti con l’ottocentesca Csárdás di Vittorio Monti, mentre il reuccio Claudio Villa ha inciso, sempre con l’orchestra romagnola di Nicolucci, una sua versione della habanera La Paloma, classico del 1860 di Sebastián de Iradier eseguito in tutto il mondo (oggi anche da Sacri Cuori Social Club ed Extraliscio, per dire…). Dagli anni '70 di Raoul Casadei e Castellina non si contano poi gli ibridi con altri stili sudamericani e mediterranei in particolare. […]

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