RPM: Lorenzo Mattotti speciale
RPM: Lorenzo Mattotti speciale
di Lorenzo Mattotti

Questo articolo è la trascrizione di un dialogo tra Lorenzo Mattotti e gli studenti del Liceo Musicale Lucio Dalla e del Liceo Artistico Arcangeli di Bologna che si è tenuto il 21 ottobre 2017 in occasione di BilBOlbul Festival Internazionale di Fumetto. Insieme a Emilio Varrà e Damiano Pergolis, curatori del festival, Mattotti ha parlato del rapporto tra la musica e il suo lavoro di autore di fumetti, pittore e illustratore, lasciandosi ispirare dai brani ascoltati durante l’incontro.

Quicksilver Messenger Service
I Quicksilver Messenger Service sono stati uno dei primi shock musicali che ho avuto. Mi ricordo che eravamo a Parma con Fabrizio [Ostani, Jerry Kramsky] e altri amici, ed eravamo entrati in un negozio di dischi. Avevamo sentito dire che i Quicksilver Messenger Service erano abbastanza forti, però non avevamo mai visto l’lp. Così ce lo siamo fatti mettere su e abbiamo sentito l’attacco: abbiamo comprato subito il disco e siamo tornati a Como, dove in quel periodo abitavo. L’abbiamo messo sul piatto, abbiamo spento le luci e ci siamo fatti prendere da questa energia pazzesca che c’era dentro. Quella musica può dare un po’ l’idea di quello che allora riuscivamo a respirare e a immaginare. Nel 1969 era musica contemporanea. Era energia pura, ma era energia anche molto positiva: saltavamo sulle sedie.
Il primo concerto che ho visto, e che ha influenzato tutto il mio rapporto con la musica dal vivo, è stato quello dei Canned Heat a Milano. Erano venuti per due concerti gratuiti, noi avevamo perso il primo, che era tutto esaurito, e abbiamo aspettato lì fino alla sera per ascoltare il secondo. Avevano uno show di luci e di gelatine che si muovevano, praticamente il classico spettacolo di quel periodo, e la potenza di fuoco della musica ci ha fatto letteralmente saltare in aria. È stato un po’ come nei Blues Brothers, la scena in cui John Belushi dice “La banda! La banda!”. Da quel momento – avevamo quattordici anni – tutti i gruppi che passavano da Milano, che venivano in Italia o che potevamo vedere anche all’estero, io ho tentato di seguirli. Il concerto dal vivo era diventato un punto di socialità potentissimo, quasi un rituale comune con gli altri della mia generazione. […]

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