RPM: The Golden Palominos "The Golden Palominos"
RPM: The Golden Palominos "The Golden Palominos"
di Alberto Pezzotta

Affermare che New York, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, è stato uno dei centri creativi della musica occidentale, denota sicuramente un’appartenenza generazionale e una scelta di campo – presupposti e pregiudizi del tutto discutibili. Tanto più se si specifica che la musica che ci interessa, in quella New York, non è quella documentata da Blank Generation di Amos Poe e destinata quasi sempre al mainstream (da Patti Smith ai Talking Heads), ma quella delle ultime propaggini del loft jazz e del post free, degli allora giovani improvvisatori bianchi, degli interpreti del free funk (e poi del black rock), di quello che non si chiamava ancora turntablism e anche di quella che alcuni chiamavano no wave e che oggi tanti confondono con altre cose. E in questo panorama, magari geograficamente ristretto (tutto avveniva spesso a pochi isolati di distanza, magari nello stesso caseggiato fatiscente) ma stratificato, un LP come quello di esordio dei Golden Palominos, intitolato semplicemente The Golden Palominos, fu all’epoca, per chi scrive (il 1984, con lieve sfasatura rispetto alla data di uscita, il 1983), la classica folgorazione. Non era certo jazz, non era affatto rock, non era proprio funk, anche se magari un po’ lo era, per quanto fosse un disco molto bianco. Non era nemmeno no wave – molto più stratificato, molto meno nichilista; e poi, anche se c’era Arto Lindsay – il nome che probabilmente a quell’epoca conoscevo meglio e che mi spinse all’acquisto (ma di certo avevo sentito anche i Lounge Lizards e The Sound of the Sand) – la maggior parte dei musicisti di quell’album sapeva suonare, non aveva costruito uno stile sulle proprie limitazioni tecniche. Una cosa misteriosa, inclassificabile, senza genere, urticante ma anche ricca di groove. Una folgorazione destinata a durare per decenni, arricchendosi con il passare del tempo di agganci, tasselli ramificazioni e contesti prima mai neanche sospettati. E questo sullo sfondo di una generale superficialità del discorso critico musicale sul tema, che in genere balbetta un lessico prêt-à-porter, all’insegna dell’approssimazione e dell’assenza di qualsiasi ricerca. […]

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