RPM: Thomas Koner "Novaya Zemlya"
RPM: Thomas Koner "Novaya Zemlya"
di Girolamo Dal Maso

“Fare il proprio volo ogni giorno! Almeno un momento che può essere breve, purché sia intenso. Ogni giorni un “esercizio spirituale”, da solo o in compagnia di una persona che vuole parimenti migliorare. Esercizi spirituali. Uscire dalla durata. Sforzarsi di spogliarsi delle proprie passioni, delle vanità, del desiderio di rumore intorno al proprio nome (che di tanto in tanto prude come un male cronico). Fuggire la maldicenza. Deporre la pietà e l’odio. Amare tutti gli uomini liberi. Eternarsi superandosi. Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta. Numerosi sono quelli che si immergono nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni.”
(G. Friedman, La Puissance et la Sagesse, Paris, 1970, p. 359 in P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino, 2005, p. 29)

Ascoltare dischi a volta diventa un “esercizio spirituale” e quando un disco fa nascere pensieri (che non sono solo pensieri) si ritaglia un posto nel cuore oltre che nella mente. È il caso di Novaya Zemlya di Thomas Köner.

In occasione del trentennale della Touch nel 2012 mi ero riascoltato un po’ dei suoi dischi. Mi è sempre piaciuta la sua musica per lo più elettronica nelle sue infinite modulazioni, abbinate all’artwork e alle foto di Jon Wozencroft. Proprio l’intreccio musica-immagini mi dava la possibilità di percorrere da un punto di vista particolare (direi pure ottimale) alcune tappe di una storia in cui la qualità la fa da padrone. Ho così scelto dei cd come luoghi da trasmutare con il mio vagabondaggio, aiutato dalla musica e da ciò che le gira intorno. Si trattava di alcuni sondaggi, a mo’ di meditazioni o di esercizi spirituali o sortite metafisiche, sulla scia delle ricerche di Pierre Hadot. È il caso di Novaya Zemlya di Thomas Köner, proprio del 2012, che ha a che fare con una sperduta regione della Russia sub-artica e che si rivelerà – per certi versi – una metamorfosi dolente della Zona di tarkovskijana memoria. La musica si riferisce a un luogo e ne individua la collocazione. La figura (e la voce) umana è praticamente sparita; in Novaya Zemlya ne troviamo solo eco indecifrabili. Eppure questa eclisse ha un tratto umanissimo: ha a che fare con la condizione attuale dell’uomo. Un vuoto che la musica esprime, esplora e riempie. Siamo dalle parti della metafisica e non della cronaca. Come esprimere, ad esempio, il rapporto tra la natura e la presenza e l’azione – spesso distruttiva – dell’uomo? Come coltivare uno sguardo innocente quando l’innocenza è stata persa? É possibile la limpidezza in un mondo inquinato? Ma per capire luoghi come Novaya Zemlya (e come starci) la musica da sola non basta. Delle ulteriori derive implicite o evidenti sono necessarie. Non perché debba essere così, ma perché di fatto è così. Novaya Zemlya (il disco) intesse relazioni variegate con altre opere che richiamano problematiche simili. Tramite Tarkovskij, Köner richiama i fratelli Strugackij, dal cui romanzo Picnic sul ciglio della strada il regista prende spunto per la sceneggiatura di Stalker. […]

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