Ry Cooder
Ry Cooder
di Maurizio Bianchini

NELL’ANNO in cui Dylan ha avuto l’Oscar della letteratura e i giornali sono stati pieni del tormentone ‘mi si nota di più se vado o non vado?’ (se non vai, Bob; se non vai), l’oscuramento mediatico di Cooder, fresco settantenne, si è quasi completato nell’indifferenza generale, a parte i pochi licks che citano “Paris, Texas” nella pubblicità di Dior. Poco male. C’è gente nata per essere famosa o disposta a tutto per diventarlo, lui, semplicemente, non lo è nato. Ma chiedete a qualunque serio praticante rock non fermo a ‘sesso, droga e castelli nella Loira’, e vi sentirete rispondere che una star Ry lo è, e di prima grandezza, solo allocata, con Randy Newman e pochi altri, nel settore meno cafonal del pantheon rock, quello riservata a quanti preferiscono la sala di incisione al palcoscenico; la calibratura apollinea del suono all’energia dionisiaca della performance; il discorso musicale alla comunione orgiastica col pubblico. Quelli che entrano in scena in punta di piedi e se ne allontanano alla chetichella. Che invece di sfasciare le chitarre, prenderle a morsi o dar loro fuoco, preferiscono raccoglierle, non per necrofilia collezionistica, ma per cercare in ognuna il suono più rispondente alla tessitura musicale di un brano. La stessa biografia di Ry Cooder, nato settanta anni fa a Santa Monica, Ca., famiglia olandese dal lato paterno e italiana (emiliana, precisamente) da quello materno, di salde tradizioni liberal e con una grossa collezione di canzoni folk in salotto, non mostra traccia delle stravaganze così care alle Vite dei Santi Rocker Maledetti ed è tanto scarna da ridursi ai documenti ufficiali e alle date di incisione dei dischi. Parlano, per lui, solo (solo?) il lavoro pionieristico sul folclore americano, e le prestigiose collaborazioni a tutto campo con musicisti di prim’ordine e di ogni confessione con le quali ha contribuito come pochi, o forse nessuno, ad estendere l’idioma meticcio del rock fino ai confini estremi, quelli oltre i quali ‘ci sono solo i leoni’. […]

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