Salman Rushdie
Salman Rushdie
di Maurizio Bianchini

[nell’immagine: Salman Rushdie, foto di Randall Slavin]

1.
Il dialogo a distanza con la letteratura è continuo nelle opere di Rushdie. Il Memoir del 2012 è attribuito, non a caso, al nom de plume di Joseph (come Conrad) Anton (come Čechov). Forse Vladimir (come Nabokov) Philip (come Roth) avrebbe calzato meglio, ma ogni autore ha il diritto di vedersi nei panni di chi vuole. Non stupisce perciò che nel 13° e ultimo romanzo la letteratura, con la fotografia, la pittura, la musica e soprattutto il cinema, scorrazzi in lungo e in largo come la cavalleria mongola nella steppa. Rappresenta invece una novità che sia loro compagna di viaggio e scorrerie l’indignazione, un’accoppiata dai risultati contraddittori. Se alcune della pagine più travolgenti del libro provengono da questo connubio raro ma non insolito (si va con la mente all’Eros e Priapo di Gadda, un libro che però immagino abbia nel mondo anglosassone un seguito ancor più esiguo che da noi), altre ne germinano meno preziose stilisticamente – e rischiosamente vicine alle intemerate del giornalismo che serve una sola parte. Un esempio, tanto per non restare nel vago. Questa è la presentazione, proprio all’inizio de La caduta dei Golden, di Nero, il patriarca della famiglia misteriosamente comparso dal nulla in cima alla piramide sociale di New York, la cui figura richiama, in uno scoperto gioco degli specchi, quella di Trump: “trasudava un odore forte e dozzinale, la puzza inconfondibile del pericolo di un rozzo e pericoloso dispotismo… Era un uomo potente; anzi no, di più: era un uomo profondamente innamorato dell’idea di sé in quanto persona potente. Un simulacro dell’umano che non riusciva a esprimere un minimo di umanità”. Sempre meglio di Travaglio, ma si è autorizzati ad aspettarsi di più, da chi ha scritto I figli della mezzanotte, o anche solo, poche righe dopo, nella risposta del padre ai figli che gli chiedono cosa dire a chi li interroga su chi siano e da dove vengano: “Dite… che siamo gente fasulla, imbroglioni, reinvenzioni, esseri che cambiano forma; in altre parole, americani!” O ancora, a proposito della scelta dei Golden di lasciare il loro paese che non si può nominare (l’India) per il Nuovo Mondo: “Non furono neppure sfiorati dal pensiero che la decisione, quest’idea di potersi semplicemente allontanare dal passato per ricominciare l’indomani, di traslocare al di là della memoria e delle radici e della lingua e della razza, nella terra dell’Io che si è fatta da sé, di ritrovarsi ognuno di loro privatamente impegnato a venire a patti con la storia esterna tutti i giorni – che è un altro modo per dire: America – nascesse da una colossale presunzione”. E questo sì, è degno di Rushdie. Anche perché, mentre leggiamo queste righe, il nostro pensiero va ai tanti che, in frangenti simili, ma privi della fortuna colossale accumulata da Nero Golden coi suoi traffici criminali, hanno intrapreso lo stesso percorso spinti da una disperazione colossale. […]

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