Sergio del Molino e Joan Didion
Sergio del Molino e Joan Didion
di Luca Mirarchi

“Dal momento che la morte è oggi ritenuta un evento oltraggiosamente insensato, la malattia che viene largamente considerata sinonimo della morte è sentita come qualcosa che bisogna nascondere”, scriveva Susan Sontag ne La malattia come metafora, prendendo le parti del paziente costretto a subire l’isolamento sociale per aver contratto patologie come la tubercolosi, l’aids o il cancro. Dalla peste manzoniana a quella di Camus, passando per la Montagna incantata di Thomas Mann, la letteratura ha sempre attinto dal manifestarsi della malattia per trarne metafore sulla condizione umana. In epoche più vicine a noi — saturi di realtà mediate dalla tecnologia che riducono lo spazio per l’esperienza “reale” — cresce l’interesse per forme ibride di non fiction che affrontino il tema dal punto di vista del testimone, che assiste il malato o che tenta di elaborare la sua scomparsa.
Sergio del Molino è uno scrittore e giornalista nato nel 1979 a Madrid. Pablo, il suo primo figlio, si ammalò di leucemia a dieci mesi e morì prima di compiere due anni. Nell’ora violetta è un memoir che racconta quell’anno di lotta contro la malattia. Il titolo trae spunto da alcuni versi della Terra desolata di T.S. Eliot e si riferisce all’impasse, alla paralisi indotta da “quella fase del pomeriggio in cui gli impiegati stanno per abbandonare di corsa le loro scrivanie verso la promessa di un bacio, di un ballo, di una cena, di una serata in cui le loro attese verranno di nuovo deluse.” In una posizione simile, attraverso il filtro del racconto, si trova anche il lettore, che è portato a rimuovere la verità, a sperare che un’intuizione medica, o un colpo di scena, possa cambiare un destino preannunciato fin dalla prima pagina. È il desiderio di un soccorso “narrativo” che riscatti il dolore con la redenzione. Ne ha piena coscienza l’autore/protagonista quando afferma: “Se Pablo fosse il mio personaggio, non sarebbe morto. Vivrebbe per sempre in una stanza d’albergo, come l’astronauta di Kubrick. Su Giove, e oltre l’infinito. O nelle pagine di un libro che suo padre continua a scrivere senza mai rispondere alla domanda del perché lo sta scrivendo.” […]

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