Tragic Mulatto
Tragic Mulatto
di Stefano I. Bianchi

È nel 1984, quando esce il primo mini LP “Judo For The Blind”, che il nome di questa misteriosa e misconosciuta band di San Francisco inizia a circolare nell’underground. Beninteso, non sono molti a notare il disco: è vero che viene pubblicato da un’etichetta importante come la Alternative Tentacles dei Dead Kennedys, ma in quel momento l’hardcore punk è fuori dai trend e siamo già in piena esplosione neosixties-neopsichedelica, quindi pochi badano a una formazione così estrema. Oltre tutto chi ne scrive ritiene che i Tragic Mulatto siano stati scelti da Jello Biafra per fargli occupare il posto lasciato libero dai Butthole Surfers, appena defenestrati per divergenze – diciamo così – caratteriali, quindi sarebbero poco più che delle comparse.
In realtà i percorsi delle due band sono e si riveleranno molto diversi. Esordite entrambe nell’83, i loro primi dischi e le loro attitudini nei confronti del pubblico lasciano trapelare delle assonanze, ma i Tragic Mulatto sono intellettualmente più solidi e musicalmente più provocatori dei Surfers. A partire dal nome che si sono scelti: se Quelli che fanno surf sul buco del culo è uno dei più goliardici di sempre e battezza una formazione che farà dello scazzo-rock il punto di non ritorno, la figura del Tragic Mulatto, introdotta nella letteratura americana dalla scrittrice Lydia Maria Child nei primi anni ’40 dell’800, tradisce ambizioni intellettuali del tutto aliene a Gibby e soci. Mulatto, come sappiamo, è chi ha un genitore nero e uno bianco; in ambito letterario la sua tragedia inizia nel momento in cui egli realizza di non poter vivere né dall’una né dall’altra parte della barricata razziale perché non può godere dei privilegi dei bianchi ed è rifiutato dai neri perché meticcio: nel suo destino ci sono pressoché sempre la depressione, l’alcolismo, l’autolesionismo, la perversione sessuale o il suicidio. La condizione psicologicamente precaria del tragic mulatto è ambigua anche dal punto di vista politico: più che denunciare il razzismo della società, le molte storie che vedono protagonista mulatti e mulatte nella letteratura e nel cinema americano del ‘900 alludono sempre all’innaturalità dei mix razziali; si tratta insomma di uno stereotipo usato non per sottolineare la necessità dell’accettazione dell’altro ma per esaltare surrettiziamente l’inevitabile tragicità di un destino già scritto e quindi implicitamente giusto. Solo una band politicamente consapevole – anche se non necessariamente educata e raffinata – poteva scegliere un nome di questo tipo; e difatti. […]

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