Ty Segall
Ty Segall
di Beppe Recchia

[nell'immagine: Ty Segall, foto di Denee Petracek]

Raccontare o, sarebbe meglio dire, condensare la storia e la musica di Ty Segall in poco più di una pagina è impresa improba; anche a non considerare i primi passi mossi come batterista nella no wave band Love This e poi con gli amici di sempre Mikal Cronin e Charles Moothart negli Epsilons, ovvero il sogno adolescente di emulare il garage-punk di Jay Reatard e lasciarsi alle spalle l’ozio e l’opulenza della natale Laguna Beach ormai lontana dal sogno acido e hippie degli anni ‘60, questo ragazzo prodigio, figlio delle onde dell’Oceano Pacifico, con l’aria angelica e il fare da guascone, ha pubblicato in meno di un decennio una decina di dischi, un paio di album dal vivo, tre raccolte e innumerevoli collaborazioni, raramente ripetendosi. Solo nel 2012, forse il suo annus mirabilis, è riuscito ad azzeccare un’eccentrica collaborazione psych-folk con Tim Presley, in arte White Fence (“Hair”, Drag City), una sozza ed irresistibile fusione tra hardrock e punk (“Slaughterhouse”, In The Red) e il documento definitivo sulla rinascita del rock psichedelico a San Francisco (“Twins”, Drag City). La sua cifra potrebbe essere semplicisticamente riassunta nella dichiarazione “ciò che preferisco è una canzone pop con una dose sorprendente di rumore”, ma la sua irrefrenabile creatività – sembrerebbe quasi che mangi, beva, sogni musica – costringe a interrogarsi su chi sia davvero Ty Segall. Non chiedetelo a lui, naturalmente; vi liquiderà, come fece in un’intervista di cinque anni fa, con un sornione “Ty Segall non esiste, è un collettivo di persone che ne indossano la maschera”. Ecco allora qualche congettura. […]

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