Women in Electronic Music
Women in Electronic Music
di Gino Dal Soler

Chissà quanti ricordano un vinile uscito nel 1977 per la 1750 Arch Records che aveva per titolo “New Music For Electronic And Recorded Media”. Quel disco, riconoscibile da uno sfavillante monocromo color arancio e opportunamente ribattezzato nella ristampa New World del 2006 “Women In Electronic Music”, era forse la prima compilation tutta al femminile di musica elettronica. I nomi di Johanna Beyer, Annea Lockwood, Pauline Oliveros, Laurie Spiegel, Megan Roberts, Ruth Anderson, Laurie Anderson venivano riportati in copertina con esili caratteri bianchi, quasi invisibili a minima distanza. A parte Annea Lockwood, nessuna di loro aveva ancora inciso un disco a proprio nome; a quelle destinate a diventare più famose – Laurie Anderson, Pauline Oliveros e in misura minore Laurie Spiegel – occorse aspettare i primi anni ‘80 per vedersi pubblicati i primi veri e propri titoli (lo stesso accadde ad altre pioniere come Eliane Radigue e la danese Else Marie Pade).
Eppure quasi tutte loro sperimentavano con macchine elettroniche in studi più o meno sotterranei fin dagli anni ’60. Nel caso di Johanna Magdalena Beyer arriviamo addirittura ai primordi, dato che i suoi lavori rimasero indisturbati fino alla morte, avvenuta nel 1944. Era nata a Lipsia nel 1888 e col passaggio del secolo era approdata negli Stati Uniti dove aveva iniziato gli studi di composizione con Henry Cowell divenendone la segretaria per un breve periodo negli anni ‘30. In quel tempo iniziò a scrivere le sue composizioni: movimenti e sonate per orchestra da camera, ma anche sei sinfonie, quartetti d’archi e pezzi corali in “dissonat counterpoint mode”. A un certo punto, pur avendo acquisito qualche attenzione nel cerchio ristretto di amici e compositori, scrisse un a lettera di scoramento al compositore Percy Grainger: “A dispetto di concerti che ho tenuto a Londra, San Francisco, Boston e New York, sono rimasta una sconosciuta, questi non sono anni incoraggianti per donne compositrici!” Eravamo nel 1937 e appena un anno dopo la Beyer compose “Status Quo”, dai chiari intenti politici, in cui si esprimeva con veemenza contro le ingiustizie del periodo anche in quanto donna. La partitura recitava “for strings or electrical instruments”: in quegli anni lo stato dell’arte della musica elettronica era fatto di pochi ma fondamentali strumenti, theremin, ondes Martenot, trautonium, la croix sonore, dynaphone, rhythmicon, oscillon, e nonostante non ci fossero indicazioni precise su cosa intendesse la compositrice per electrical instruments, da certe note su ostinati e glissandi risulta molto probabile l’uso di ondes Martenot, theremin e di un oscillatore agito manualmente. Il pezzo che apre “New Music For Electronic And Recorded Media” è l’interludio che seguiva la parte di danza di “Status Quo” ed ha per titolo Music Of The Spheres, che a sua volta si apre con il famoso lion’s roar (in origine un RE ostinato per piano e triangolo) ricreato elettronicamente appositamente per la compilation dall’Electric Weasel Ensemble capitanato da Allen Strange e Donald Buchla, a cui è accreditato l’intero design strumentale. Per quanto apparso per la prima volta nel ‘77, si tratta di un passaggio obbligato, straordinario per innovazione con i suoi glissandi e accelerandi. […]

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