Einsturzende Neubauten
Einsturzende neubauten
Autore: Paolo Bertoni
 
PREZZO: 12,00€
Einsturzende Neubauten

Einsturzende Neubauten: Un nuovo sole (che bruci più di quanto illumini)
Director's Cut #6 (aprile 2017) • 148 pagine b/n • 12,00 euro

La loro Keine Schönheit ohne Gefahr recita ‘ancora una volta sul filo, così vicino al bordo, pronto a cadere dall’una o dall’altra parte’. Come consumati equilibristi, talvolta vacillanti per dare un briciolo di suspense, Einstürzende Neubauten, dal 1980, su quel sottile confine col vuoto rimangono evitando precipizi, continuando a far discutere ed in fondo a sorprendere, sventando, a volte appena con salvifici barlumi, l’eclisse nella routine. La visione industrial rappresentata con intensità, tanto da apparirne originale archetipo alternativo alle legioni post-Throbbing Gristle, ma subito ampliata verso altre sponde, il contrasto, vissuto senza remore, tra deviazioni verso rock e pop sui generis e moderna cultura alta, dove sono stati inquadrati da chi di dovere, in una alchimia che ha offerto il fianco alle critiche, ma che è rimasta spesso in grado di solleticare interesse ben al di là delle nicchie, come fu peculiarità delle avanguardie storiche. Nel volume, inseguiamo le orme del loro genio, dei loro capricci e delle loro contraddizioni, espressioni sempre in sintonia con il concetto, appunto, che ‘non c’è bellezza senza pericolo’, che sia l’esser tacciati di troppo spinte digressioni ‘commerciali’ o di altezzosa presunzione intellettuale.

Paolo Bertoni (Roma, 1964) dalla seconda metà degli anni ’80 ha scritto per Ciao 2001, Blast!, Dynamo!, FareMusica. È nello staff di Blow Up dal n. 1 della rivista (1997). Ha contribuito a ‘Rock e altre contaminazioni: 600 dischi fondamentali’ (Tuttle Edizioni, 2003). ‘Un nuovo sole’ è il suo ultimo libro.


[di seguito un estratto dal primo capitolo, “Kalte Sterne” ]

“Siamo stelle fredde - puoi vederci scintillare - dopo di noi c’è il nulla.”
     Non un’arrogante affermazione dettata da illimitato ego, piuttosto epigrafe che rende il senso di Armageddon incombente che circola nell’Europa occidentale tra la seconda metà dei ‘70 e la prima degli ‘80. Un catastrofismo ostentato che la cultura industrial con i suoi eccessi illustra con sonorità, tematiche ed immaginari aggressivamente disturbanti. C’è un grande villaggio nel cuore della GDR, tutto intorno l’austerità del regime comunista, West Berlin, dove regna l’incoscienza dell’arte ad ogni costo, meglio se senza mezzi, e si concentrano ragazzi che provengono da altre città tedesche per evitare il servizio militare e lì riparano, pur se obbligati a restarci, come prevede la legge, almeno fino al compimento del trentesimo anno d’età. La vivace generazione (pre/post) punk locale trova così cospicuo numero di alleati per svolgere il compito di rendere improcrastinabile la necessità di superare i retaggi dei movimenti politici del ‘68, con relativo portato marcatamente ideologico, a cui, con l’alba del nuovo decennio che si avvicina, è ancora vincolata la scena alternativa cittadina. Un apocalittico sentire che è un impulso da affinare più che un umore da contrastare, che si respira ancor più intensamente in una città ancora sfregiata dalla guerra e dai cambiamenti, almeno per il momento non metabolizzabili, che ne sono stati conseguenza. Il quartiere di Kreuzberg è a ridosso del muro, appena oltre c’è il Mitte, quello che era stato, allora così si diceva, il centro di Berlino quando ancora non era passata la seconda guerra mondiale. Poco dopo l’erezione del muro, Kreuzberg è diventata una zona di frontiera, abbandonata dalla borghesia laddove gli edifici sono ancora abitabili e non in rovina, palazzi che, dopo essere rimasti vuoti per anni, offrono notevole possibilità di scelta agli squatters che vi si insediano in massa, formando una piuttosto corposa comunità che convive, non conflittualmente, con una crescente immigrazione turca che beneficia della possibilità di affitti molto contenuti. Le autorità cittadine, come i proprietari degli immobili, nel migliore dei casi con valore vicino allo zero, perseguendo peraltro un progetto faticosamente maturato già negli anni immediatamente successivi al ‘61, vorrebbero demolire e ricostruire, riportare il quartiere al suo passato o rigenerarlo come zona di più redditizi uffici. Quando si è pronti per mettere in pratica il piano, si è radicata una nuova realtà con cui dover fare i conti, laddove oltre all’occupazione finalizzata ad avere un tetto sulla testa, nei negozi abbandonati sono nati locali e piccole attività che hanno spesso funzione aggregativa più che di guadagno. Una variegata collettività che non è disposta ad assecondare la volontà delle istituzioni, ed ancor meno gli interessi economici di potenziali investitori, tanto da convincerle, con le cattive, a rinunciare all’idea della distruzione e ricostruzione ed avviare l’ipotesi di un programma di riqualificazione, agevolando l’iniziativa di privati e cooperative. Così West Berlin è una città che se per taluni è diventata accogliente, oltreché instancabilmente aperta ventiquattro ore al giorno, per altri è da mettere alle spalle e destinare alla memoria, tanto che si registra una diminuzione demografica di circa mezzo milione di persone, poco meno di un quarto della popolazione, tra la costruzione del Mauer e la metà degli anni ‘80. [...]
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