HUSKER DU
Husker du
Autore: Roberto Curti
 
PREZZO: 10,00€
HUSKER DU

Husker Du [Bob Mould • Grant Hart • Greg Norton • Sugar • Nova Mob]
Director's Cut #3 (luglio 2016) • 164 pagine b/n • 10,00 euro

Tutta la storia e le vicende discografiche, professionali e umane di Bob Mould, Grant Hart e Greg Norton a partire dalla fulminante e irripetibile avventura che dette loro la gloria fino alle rispettive nuove band e carriere solistiche.
«Gli Hüsker Dü sono la cosa a sei zampe più veloce al di fuori del regno degli insetti»

Roberto Curti (Parma, 1971) si occupa di cinema, musica, letteratura. Collabora a “Il Mereghetti” e ha pubblicato vari libri in Italia e all’estero, tra cui Sex and Violence. Percorsi nel cinema estremo, Italia Odia. Il cinema poliziesco italiano, Stanley Kubrick - Rapina a mano armata e Italian Gothic Horror Films, 1957-1969. Scrive su “Blow Up” dal 2009.


[un estratto dal primo capitolo, "Mi ricordo, sì, io mi ricordo…"]

     Vi ricordate di Charlie Pine? Probabilmente il nome non vi dirà nulla, lo so. Eppure, la storia che state per leggere non sarebbe neppure iniziata, se non fosse stato per lui e per la sua faccia tosta. La scena: Ron’s Randolph Inn, un bar di St. Paul, nel Minnesota, un giorno di marzo del 1979. Tre amici sono lì per scolarsi qualche birra. Charlie va al bancone a fare rifornimento, e chiede al barista se nel locale si esibiscono band dal vivo. «Sì, perché, tu suoni in un gruppo?» ribatte quello. E Charlie, di rimando: «Certo, ci chiamiamo Buddy and the Returnables!» «Ottimo, vi ingaggio per le sere del 30 e 31 marzo». Charlie torna al tavolo con un sorriso grande così: «Grant, abbiamo un ingaggio! dobbiamo formare un gruppo!»
     Detto fatto: Charlie suona la tastiera, Grant la batteria, Greg il basso. Occorre reclutare un chitarrista, e a Grant viene in mente un coetaneo che frequenta il negozio di dischi in cui lavora, Cheapo Records: un tizio un po’ asociale che suona un’imitazione Ibanez della Flying V, ama i Ramones ed è in grado di imparare tutte le parti di chitarra di un disco dopo appena un paio d’ascolti. Il giorno dopo, Charlie, Grant, Greg e Bob si chiudono nel seminterrato di Greg e suonano un po’ di pezzi dei Ramones; le prove successive hanno luogo nella cucina di casa Pine e fruttano un pugno di cover: Non-Alignment Pact dei Pere Ubu, Fast Cars dei Buzzcocks, un pezzo surf (Wipe Out) e uno rockabilly (Sea Cruise). Sono pronti per il battesimo del fuoco, il 30 marzo 1979.
     Buddy and the Returnables sono però destinati a durare lo spazio del battito d’ali di una farfalla. «Un pomeriggio, cazzeggiando con un finto testo straniero per una canzone dei Talking Heads, qualcuno uscì fuori con il distico: “Psycho Killer, Hüsker Dü, fa fa fa fa fa…”». E Hüsker Dü – ossia (senza le umlaut aggiunte da Mould per facilitare la pronuncia) «Ti ricordi?» in danese e norvegese; ma Hūsker Dū è anche il nome di un popolare gioco da tavolo mnemonico anni ’70 – sarà, fino alla fine.
     Dato a Charlie quel che è di Charlie, salutiamo il milite ignoto che ha dato vita, non sapendolo, a uno dei gruppi statunitensi più importanti di sempre: dopo la prima serata al Ron’s Randolph Inn gli altri tre iniziano a vedersi per conto proprio a casa di Greg, e mettono insieme un paio di brani originali. E quando durante la loro terza uscita ufficiale, allo SpringFest di Macalester, iniziano a suonare i pezzi nuovi, Charlie è preso alla sprovvista: cerca di accompagnarli come può, ma un’anima pia stacca la presa della sua tastiera, consegnando Charlie Pine all’oblio e i compagni d’avventura alla Storia.
Il maggiore dei tre è Gregory James Norton. Classe 1959, originario di Davenport, Iowa, Norton è un ragazzo di buon carattere, popolare tra i coetanei anche per la riserva d’erba che ha solitamente a disposizione, che bazzica il negozio di dischi Melody Lane, a St. Paul. È lì che all’incirca nel febbraio 1978 Greg conosce Grantzberg Vernon Hart, più giovane di lui di un paio d’anni, a cui ha appena soffiato il posto di commesso. I due fanno comunella, complice l’amore per la musica. Grant, che adora il pop anni ’50 e ’60, è una specie di ragazzo prodigio: a dieci anni ha ereditato la batteria del fratello Tom – di due anni più grande, ucciso da un pirata della strada – e a dodici, col suo primo gruppo Grant Hart and the Hartbeats, ha messo su nastro il suo primo brano, At the Hop. Se la cava bene con vari strumenti, e suona il Farfisa in una cover band di nome Train, nel cui repertorio cerca invano di far scivolare qualcosa di Patti Smith.
     A differenza di Hart, Robert Arthur Mould non è originario del Minnesota. Di umili origini, si è trasferito nelle Twin Cities a diciassette anni, dalla natìa Malone, New York, per studiare al prestigioso Macalester College di St. Paul, culla del pensiero liberale nei Sixties. Lascia una famiglia problematica e un padre alcolista. È cresciuto con KISS, Aerosmith e carrettate di 45 giri anni ’60 da jukebox comprati un tanto al chilo, e ha visto la luce il giorno in cui ha messo sul piatto l’esordio dei Ramones. Suona la chitarra da un paio d’anni, ma ha iniziato a scrivere canzoni a nove; e da quando ne ha compiuti tredici non c’è giorno in cui non beva almeno un paio di birre. Se Hart è estroverso e vulcanico, e Norton è un bonaccione, Mould è taciturno e scorbutico. E tuttavia, scriverà quest’ultimo, «personalmente sentivo più affinità con Grant. Entrambi eravamo i più giovani in famiglia, ed entrambe le nostre famiglie avevano perduto tragicamente un figlio maggiore […]. Altrettanto importante, io e Grant eravamo attratti dagli uomini. Non abbiamo mai parlato della cosa – e a lui non piacevano solo gli uomini – ma all’epoca capii che erano quelle le sue tendenze».
     Gli Hüsker Dü esordiscono come trio il 13 maggio 1979 al Jay’s Longhorn Bar della “gemella” Minneapolis. Il locale è un crocevia di gruppi locali e non, destinato a diventare il fulcro della scena hardcore delle Twin Cities: come ha scritto qualcuno, «il paradiso di ogni punk rocker». A detta di Mould, agli inizi i tre propongono un punk elementare, debitore dei Ramones e dell’amore del chitarrista e del batterista per i Sixties: «semplici, stupidi testi che facevano rima e forse non significavano granché, ma che erano divertenti e punk». In breve, però, emerge un altro lato, più oscuro: Mould è influenzato dalla poetica tristezza di “Unknown Pleasures”, dai suoni di chitarra dei primi Cure, dallo stile di Keith Levene nei dischi dei PiL, dalle spigolosità arty dei Pere Ubu. [...]


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