Paul Roland
Paul roland
Autore: Roberto Curti
 
PREZZO: 10,00€
Paul Roland

Paul Roland: Il jukebox del diavolo
Director's Cut #7 (luglio 2017) • 130 pagine b/n • 10,00 euro

Uno degli artisti più originali della musica pop inglese, Paul Roland (Canterbury, 1959) è un narratore di bizzarri racconti in musica, spesso legati a un immaginario horror e fantastico che pesca dalla narrativa, dal cinema e dai fumetti, e caratterizzati da una squisita sensibilità melodica che unisce pop, glam rock, psichedelia, blues e musica da camera, in un insieme fascinoso e inconfondibile. Questo libro ne racconta la prolifica carriera, dal 7” d’esordio Oscar Automobile (1979) fino al recentissimo album “White Zombie”.

Roberto Curti
(Parma, 1971) si occupa di cinema, musica, letteratura. Collabora a “Il Mereghetti” e ha pubblicato vari libri in Italia e all’estero, tra cui Sex and Violence. Percorsi nel cinema estremo, Italia Odia. Il cinema poliziesco italiano, Stanley Kubrick - Rapina a mano armata, Italian Gothic Horror Films, 1957-1969 e Riccardo Freda: The Life and Works of a Born Filmmaker. Scrive su “Blow Up” dal 2009.


[di seguito un estratto dal primo capitolo, “Sulle orme del pifferaio”]

[...] Per le generazioni cresciute nella seconda metà del ventesimo secolo, la musica pop è stata l’equivalente delle fiabe: un’illusoria estasi che nel giro di tre minuti e tre accordi apre le porte dorate dei sogni. Ma ci sono favole e favole. Quelle di Paul Roland non assomigliano a nessun’altra. Sono qualcosa di unico e inconfondibile.
A sentire l’artefice, non si direbbe: «Gli artisti che mi piacevano facevano perfetti singoli pop. Le loro canzoni erano molto melodiche […] e dicevano tutto quello che c’era da dire in tre minuti. E cerco di farlo anch’io […] in genere i miei pezzi sono piuttosto brevi perché credo ancora in quella filosofia. Se non riesci a dirlo in tre minuti, lascia perdere.» Eppure, per anni la stampa specializzata si è sforzata di trovare termini di paragone più o meno pertinenti per la sua musica, senza riuscire a fissarne la peculiarità. Sono stati scomodati nomi quali Robyn Hitchcock, Syd Barrett, Andy Partridge, Julian Cope, anche se l’influenza più lampante e da sempre dichiarata è il primo Marc Bolan: una somiglianza acuita dal peculiare timbro vocale, che a tratti ricorda anche Peter Perrett degli Only Ones.
Il fatto è che Paul Roland è tutto questo e molto altro ancora: vien da dire un genere a sé. La voce nasale ha un’impostazione snob tipicamente british; i giri di accordi pescano dal folk, dal rock’n’roll, dal glam e dal punk; l’insieme, s’è detto, è squisitamente pop. Ma il risultato è tanto personale quanto eccentrico, al punto che la definizione più azzeccata è proprio quella, deliziosamente umoristica, azzardata da Robyn Hitchcock – «the male Kate Bush» – che Roland ricicla imperterrito nelle press releases da trent’anni a questa parte.
E poi, ci sono i testi. La canzone pop, per caratteristiche endemiche e limiti intrinseci, non è terreno per letterati. C’è chi azzarda qualche rima sui massimi sistemi, chi si lancia in invettive contro il sistema, chi invece la butta sullo stream of consciousness, che spesso è un buon alibi per sembrare più intelligenti di quel che si è. E per un Morrissey che ha Wilde dalla sua parte, o uno Stephin Merritt che cita Ferdinand de Saussure, i più si fermano ai bisogni della carne, magari annaffiati da ampie libagioni e insaporiti da condimenti chimici. Niente di male, sia chiaro: come le fiabe, le canzoni pop devono essere comprensibili a tutti, perché chiunque possa raccontarle a sé (magari canticchiando sotto la doccia) o ad altri, su disco o da un palco.
Ma anche sotto questo aspetto Paul Roland è un personaggio assolutamente sui generis. Più che un cantautore, l’artista originario del Kent è un narratore in musica, capace di sintetizzare in un pugno di versi un immaginario orgogliosamente barocco e démodé: come il protagonista di La macchina del tempo del suo amato Herbert George Wells, si tuffa nel passato, rivestendo il suo artigianato pop di vezzosi abiti ottocenteschi, e facendo coabitare vellutati arrangiamenti per archi e chitarre sature su testi che narrano di vampiri e vascelli pirata, mad doctors e revenants. Fiabe nere ricche di citazioni e riferimenti colti, raccontini del grottesco e dell’arabesco senza lieto fine ma accompagnati da una spruzzata di salutare umorismo nero. Una miscela sorprendentemente fruibile, eppure non per tutti i gusti: «Paul Roland scrive belle melodie e ha una personalità davvero particolare, ma è troppo intellettuale per me!» commentava nei tardi anni ’80 nientemeno che Frank Zappa, non esattamente un illetterato. Lo stesso Roland ne è ben consapevole: «La maggior parte delle persone non riescono a relazionarsi col fantastico, vogliono la realtà. Non sono interessati all’umorismo o all’orrore. E non posso certo aspettarmi che siano in molti ad apprezzare il mio amore per le parole o per le battute sottili. Così, se voglio fare musica a modo mio, devo accettare l’idea di avere un pubblico ristretto, ma almeno sarò fedele a me stesso.» [...]



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