Prince
Prince
Autore: Christian Zingales
 
PREZZO: 10,00€
Prince

Prince: The Jamie Starr Scenario
Director's Cut #10 (aprile 2018) • 130 pagine b/n • 10,00 euro

Il suo nome è Prince. Ed è funky. Si chiama Prince. L’unico e solo.

Christian Zingales, 1972, è nato a Cantù e vive a Como da sempre. Scrive su Blow Up dal 1998 e ha pubblicato diversi libri, “Electronica” (2002), “House Music” (2005), “Italiani brava gente” (2008), "Battiato On The Beach" (2010), "Techno" (2011), “Lucio Battisti - Luci-Oh” (2016).

[di seguito un estratto dalla Intro]

[...] È paranoico. È superfly. Un piccoletto con tacchi reggiseno e make up, un androgino figlio di puttana che sembra una sintesi fumetto di Little Richard e James Brown. Miles Davis si spertica in paragoni, accostandolo a Jimi Hendrix, Charlie Chaplin, Duke Ellington. E lui più che hendrixiano è parecchio ellingtoniano, mente-orchestra lampeggiante di drappeggi e cromatismi. E poi è conturbante e scabroso come Elvis e Jagger, e ha in sé una luccicante oscurità da alieno caduto sulla terra come Bowie. È l’unghia pittata di rosso della nuova onda. È black and white, e fa hard e smooth, college e art, stile ed emotiva, new e classic, sintesi ed epica, street e dream, sex e romance, è un kamasutra aurale senza soluzione di continuità, “23 positions in a one-night stand”. È funk, ma generazionalmente ha imparato ad essere funk, a virtualizzare in un update la lezione di James Brown come quella di George Clinton. Ha imparato a trasmettere emozioni dalla musica vedendola rappresentata in TV, ma pur in una terminalità umanistica non ha niente a che fare con le degenerazioni da talent show del ventunesimo secolo. È carne Eighties in tutto e per tutto. Stella pop. Un plastico virgulto. Autore di canzoni incredibile, performer unico, sex symbol. Sperimenta e suona in continuazione, sta sempre in studio, innovatore sonico, accentra tutto alla luce del suo sguardo, produce con piglio demiurgico. Non gli piacciono i dischi dove domina la produzione: quella altrui certo, ma poi ha l’ideale di questo giardino incantato fatto in parti uguali di suoni parole colori. Dice che lavorare in studio per lui è come dipingere: i monitor come tele, gli strumenti colori sulla tavolozza, microfoni e banco del mixer pennelli. Le canzoni che ne escono sono visioni. Arriva a prefigurare la sua morte, tra carrellate di ascensori, pillole assassine e nevicate d’aprile. Idolo dei beatmaker per i trick sulla drum machine Linn. Icona di tanti eroi della house music, da Blake Baxter a Lil Louis e Felix Da Housecat passando per Romanthony e Moodymann, che lo venerano e portano la sua influenza nell’underground. Nello slancio compulsivo e onanistico è il capostipite del produttore da cameretta sempre concentrato a creare un suo mondo indipendente e a reiterare all’infinito fantasmi e mitologie dell’infanzia, anche se la sua cameretta è uno studio fantascientifico ritagliato in seimila metri quadri di abitazione. Flirta con le donne più belle del mondo. Si moltiplica nello sfarzo di pseudonimi e alter-ego, Jamie Starr, Alexander Nevermind, Joey Coco, Christopher Tracy, Victor, Symbol. Slave, ingaggia corpo a corpo con l’industria discografica. Dissemina decine e decine e decine di album inediti. Il suo colore è il viola. E però la spasmodica meraviglia di un caleidoscopio tra utopie ed autoaffermazioni. Borderline, testimonia con Geova, fa l’esoterico artigianato. Vive come in fuga, scappa da sé, in una solitudine che lo rende speciale e tragico. Si sposa due volte, matrimoni fulminei, prima con Mayte Garcia e poi con Manuela Testolini, canadese di origini italiane. Dalla prima ha un bimbo che muore una settimana dopo la nascita. E lui se ne sta sempre dove è nato e cresciuto, lontano dal chiacchiericcio di New York e LA, si rintana a Chanhassen, a sud-ovest di Minneapolis, nella futuristica dimora viola dove vive, ama, soffre, muore, e dove soprattutto suona, suona, suona. Il suo nome è Prince. Ed è funky. Si chiama Prince. L’unico e solo.


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