Rock e altre contaminazioni
Rock e altre contaminazioni
Autore: AA.VV.
 
PREZZO: 15,00€
Rock e altre contaminazioni

“Rock e altre contaminazioni” / a cura di Stefano I. Bianchi con Roberto Municchi e Christian Zingales / contributi di Riccardo Bandiera, Paolo Bertoni, Enrico Bettinello, Massimiano Bucchi, Massimiliano Busti, Dionisio Capuano, Daniela Cascella, Nicola Catalano, Gino Dal Soler, Olindo Fortino, Massimo Padalino, Piercarlo Poggio, Fabio Polvani, Stefano ‘Bizarre’ Quario, Beppe Recchia, Marco Sideri, Mauro Zanda.
600 album fondamentali per comprendere l’evoluzione e la storia del rock e delle molte altre contaminazioni dalle quali ha attinto e a cui ha dato vita recensiti dalla redazione di Blow Up.
"I Libri di Harry #1" [2003] 340 pagine


“Rock e altre contaminazioni” / edited by Stefano I. Bianchi with Roberto Municchi and Christian Zingales / reviews and contributions by Riccardo Bandiera, Paolo Bertoni, Enrico Bettinello, Massimiano Bucchi, Massimiliano Busti, Dionisio Capuano, Daniela Cascella, Nicola Catalano, Gino Dal Soler, Olindo Fortino, Massimo Padalino, Piercarlo Poggio, Fabio Polvani, Stefano ‘Bizarre’ Quario, Beppe Recchia, Marco Sideri, Mauro Zanda.
The Book contains the reviews of the 600 fundamental albums to understand and see the evolution and history of rock music & the other contaminations Blow Up writes about."I Libri di Harry #1" [2003] 340 pages



Di seguito l’introduzione del libro:

Musica da consumare

“Nessuna epoca trasmette alla successiva la propria sensibilità; le trasmette solo l’intelligenza che di tale sensibilità ha avuto. Quanto a emozione siamo noi; quanto a intelligenza siamo altri. L’intelligenza ci disperde; per questo è attraverso ciò che ci disperde che sopravviviamo. Ogni epoca consegna alle epoche seguenti solo quello che non è stata.”
(Una sola moltitudine, Fernando Pessoa)

“Insomma, tutto si riduce a desiderio o assenza di desiderio. Il resto è sfumatura.”
(Il funesto demiurgo, Émile M. Cioran)

Parafrasando - con un po’ di malizia e molto affetto - il celebre “Musica da non consumare”, volume che Riccardo Bertoncelli e Franco Bolelli pubblicarono al tramonto degli anni Settanta (se non con le stesse intenzioni almeno con ispirazione simile), Blow Up vi presenta i seicento album che ritiene più importanti al fine di delineare una qualche storia della musica popular del secolo scorso. Con un po’ di malizia e molto affetto, perché a noi pare piuttosto musica da consumare - un proponimento e un augurio: da ascoltare e riascoltare, cioè, fino all’estremo logoramento del supporto, vinile o CD che sia.
Nella redazione di questo libro abbiamo dichiaratamente concentrato il nostro interesse sul mondo del ‘rock’. Un termine che, vago e approssimativo per definizione, ha visto mutare spesso - anche radicalmente - le proprie coordinate; troverete quindi molti dischi che un tempo si sarebbero definiti ‘rock’ solo in senso lato. Non solo le sue (ovvie) mutazioni e ricollocazioni, però: anche le musiche che al rock hanno dato vita (blues, country, folk), quelle che lo hanno contaminato vivificandolo (jazz, sperimentali e d’avanguardia, soul, reggae e dub, hip hop) e quelle che ne sono in buona misura derivate (house, techno, musica elettronica ‘pop’ in genere). A conti fatti quello che viene tradizionalmente considerato ‘rock’ occupa circa una metà delle pagine mentre l’altra metà è dedicata al ‘resto’.
Tutto però rimane indistinguibile nell’ordinamento cronologico. Era certamente nelle nostre intenzioni ma alla fine l’idea si è svelata da sola con candida e illuminante naturalezza: le categorie che utilizziamo quotidianamente per definire e circoscrivere i diversi agglomerati e le mille sottocategorie musicali sono pure invenzioni mediatiche sviluppate nel tempo solo per essere funzionali alla diffusione commerciale della musica; non si spiegherebbe altrimenti perché mai tutti pensiamo che il punk sia nato nella seconda metà degli anni Settanta quando già la “Sagra della primavera” di Stravinsky si era presentata alle platee con le stesse intenzioni e nelle stesse vesti - e con risultati anche più deflagranti - già nel 1913…
Solo musica, quindi. Però: se è vero che le categorie sono pura invenzione, è anche vero che sono utilissime a tracciare una storia minimamente credibile, ed è per questo che continuiamo e continueremo a utilizzarle. Una di queste, teorica e non terminologica, è quella che vorrebbe la gran parte dei dischi più importanti della storia pubblicati molti anni fa, o se preferite “un tempo”, indistinguibile luogo mitico che nella vaghezza e nell’incertezza ripone tutto il proprio fascino. Ma visto che ogni minuto che passerà nel lasso di tempo in cui leggerete questo libro è destinato a diventare “un tempo”, in questo volume troverete anche dischi usciti appena un anno fa. Il termine ultimo che ci siamo dati è difatti il 2002: un gioco minimamente rischioso che però ci è piaciuto fare assumendoci la piccola responsabilità di scommettere su nomi indicibili e nuovissimi accanto a luminari certificati come un Dylan o uno Stockhausen.
1887-2002. Una cronologia imperfetta e imperfette scelte redazionali. La prima lo è per condizione, le seconde lo sono per definizione. Per esempio quella di inserire - a parte pochissime eccezioni - un solo disco a rappresentare la storia discografica di ogni artista: siamo convinti difatti che presenze più corpose da un lato non sarebbero state altro che concessioni al gusto mitologico (la creazione della star ecc. ecc.) che così tanto attraversa il corpo della musica pop ma così poco interessa noi, e dall’altro - in realtà una conseguenza - perché siamo profondamente convinti che tutte le figure che hanno attraversato la musica popular degli ultimi cento anni altro non siano che polvere di stelle, un insieme di attori dentro un disegno molto più grande e complesso di qualsiasi amabile stupidaggine tesa, appunto, a mitizzare e idealizzare.
Perché siamo convinti che sia molto più serio e (soprattutto) divertente avere in casa un disco di Dylan, uno di Dr. John, uno degli Unsane e uno di Berio piuttosto che cinque di Dylan o l’intera discografia di Zappa. Perché più che di grandi musicisti, la storia della musica popular è una vicenda fatta di grandi dischi piovuti dal cielo come meteore, di grandi attimi esplosi come supernove capaci di dare un segno sociologico dell’occidente più di tante indagini di mercato. Non grandi musicisti o grandi autori quindi, che nella ‘nostra’ musica si contano tuttora sulle dita di una mano, quanto grandissime polluzioni, brufoli di mal di vivere, putrefazioni e masturbazioni emotive, catarri d’esistenza trasformati in arte. Raramente anche il più bravo e longevo degli attori di questa recita ha scritto pagine nuove che non fossero eterne variazioni di uno stesso tema, come marketing vuole che sia in epoca di tecnica commerciale assurta a regola (d’arte). Questo però non ci fa paura né ci disorienta; abbiamo digerito da tempo (talvolta vomitato) i bocconi precotti del mitologico imperante, dell’alternativismo militante e del ‘rock life style’ stradorbante.
Digeriti i bocconi, abbiamo coltivato un’ambizione, quella di redigere un’opera che fosse in qualche maniera propedeutica allo ‘studio’ della materia ‘popular music’, un’opera che potesse fornire una visione il più possibile ampia di una serie di fenomeni dalle proporzioni ora enormi ora minuscole ma sempre e comunque integrate. Perché nulla si può capire delle tecniche di taglia-e-cuci e campionamento così popolari negli anni Novanta se non si è fatta prima la conoscenza di John Oswald; non ci si può accostare al post metal se non si è digerito il grindcore; è limitativo riempire la casa di grandi cantautori se non si sono ascoltati Dock Boggs e Dave Fischoff; è fuorviante venerare la techno senza sapere che è esistito Subotnik; è sterile amare la psichedelia se non si conoscono i dischi di Sandy Bull e Oneida; è un po’ stupido gettarsi nelle mille waves senza ascoltare il free jazz, il krautrock e l’industrial; non porta a nulla pensare al post rock se non si sa qualcosa d’ambient e progressive; patetico sognare i Beatles e non accostarsi ai Magnetic Fields. E viceversa, naturalmente; assurdo crogiolarsi nel rassicurante limbo del mito esoterico evitando di leggere il ‘popolare’ o il ‘nuovo’: l’arte si esprime indipendentemente da categorie merceologiche come ‘di massa’ e ‘di nicchia’. Se è vero che una sorta di congiura perbenista e oscurantista ha spesso negato ed emarginato come ‘estremista’ la musica meno consona ai dettami dell’industria discografica (grande e piccola: tutta) e ai gusti dell’incultura di massa, è anche vero che ogni estremismo pauperistico ha sempre trasformato in mostri tutte le migliori intenzioni alternative. Pensare di ‘rendere giustizia alla Storia’ sarebbe però, prima ancora che velleitario, paradossalmente troppo facile; il nostro desiderio difatti era ed è molto più presuntuoso: costruirne una nostra, di storia.
Seicento album/musicisti. Probabilmente troppi per il numero - esiguo - che il futuro farà suo dei milioni che sono usciti. Persino pochi, però, se di questa vicenda vogliamo esser parte consapevole oltre che consumatrice. È da qui che si dovrebbe iniziare: il resto - le scelte e i percorsi personali, lo studio, le ‘affinità elettive’ con questo o quell’altro genere e musicista - sarà un’ovvia conseguenza. Pur cercando di mantenere una visione d’insieme che non dimenticasse i mille segni attraverso cui la cultura pop si è veicolata e ha assunto significato, abbiamo evidentemente privilegiato certi suoni, certi artisti, certi dischi. Chi conosce Blow Up, la rivista che ha dato vita a questo volume, sa della visione un po’ sghemba che abbiamo sempre rivendicato e che è avvertibile nel gioco delle presenze e delle assenze. Abbiamo cercato di dare un’idea dei diversi stili che si sono susseguiti, ma pensando a ciascuno di essi abbiamo privilegiato quelli che ci è sembrato abbiano aggiunto qualcosa di particolarmente significativo. Abbiamo inserito molti album dimenticati dalla storiografia ma che hanno avuto un’influenza più grande di quanto solitamente si ritiene (i più grandi ascoltatori di musica, come sappiamo, sono sempre i musicisti…) e ne abbiamo ovviamente esclusi molti altri, o perché - pur belli - ci è sembrato che non abbiano aggiunto granché, o perché hanno introdotto stili e culture a nostro avviso persino deleteri.
Per quanto riguarda la musica italiana, vexata quaestio che chiunque si trova ad affrontare in situazioni simili, i dischi che abbiamo scelto si contano sulle dita di una mano. Il contributo italiano al rock e al pop è stato ed è del tutto marginale, certamente importante ma solo in senso localistico. Ben più rilevante invece quello che il nostro paese ha dato alla musica contemporanea, elettronica e sperimentale, nelle quali ha espresso nomi (Berio, Nono, Scelsi, Maderna, Morricone) di assoluta rilevanza internazionale. Cosa accaduta di rado se non mai, purtroppo, in ambito più propriamente ‘rock’; l’unico nome riconducibile a questo universo è quello degli Area, formazione indubbiamente significativa e influente anche in un’ottica globale. Il rock è nato come (e resta) un fenomeno sostanzialmente anglosassone e anglocentrico. Sono pochissime le culture che, ponendosi sullo stesso piano, hanno espresso nuovi motivi fondanti e sono riuscite a influenzarne le direzioni di marcia evitando le (per quanto interessanti) secche del colore locale: probabilmente solo l’universo tedesco di scuola e radice elettronica e il Giappone occidentalizzato. Ma non è escluso che torneremo, in futuro, a trattare le musiche ‘localistiche’, italiane e meno, più importanti e significative…
Perché poi, sì, eccolo lì - il futuro. È qui tra noi da tempo, da sempre. E oggi come non mai sembra incombere fino a minacciare la sopravvivenza del presente stesso. Con ogni probabilità le nuove tecnologie già disponibili e quelle che verranno faranno diventare obsoleta l’idea di ‘album’ come l’abbiamo conosciuta dagli anni Sessanta a oggi. Non sarebbe la prima volta, d’altra parte; già la “collezione di pezzi legati tra loro da una continuità testuale e/o musicale” denominata ‘album’ aveva rimpiazzato le precedenti raccolte di 45 giri, i quali, a loro volta, erano arrivati a sostituire i 78 giri. La vendita attraverso il downloading dall’Internet, probabile sviluppo del commercio musicale, farà muovere il mercato (e quindi la creatività artistica, sua figlia complice collaboratrice) verso un consumo diverso e distante dall’‘evento periodico’ più o meno annuale che conoscevamo. È un cambiamento epocale che, per quanto ancora primitivo, si può supporre destinato a crescere in tempi relativamente rapidi. È anche per questo che la nostra raccolta di schede assume, almeno ai nostri occhi, il sapore amarognolo e un po’ malinconico di bottiglia gettata in mare verso il domani, quasi a raccontare cosa è successo in questi 100 e passa anni di musica popular. Una lettura possibile, certamente una delle tante possibili. Anche un esorcismo forse, su noi stessi e su tutti i nostri fantasmi. Buona lettura.

“Libri e libri si rovesciano dagli scaffali sul pavimento. Lui li trattiene con le sue lunghe braccia. In silenzio, perché non lo sentano da fuori, porta nell’atrio una pila dopo l’altra, e tutte insieme le accatasta contro la porta di ferro. E mentre ancora lo spaventoso fracasso gli manda in frantumi il cervello costruisce con i libri una poderosa trincea. L’atrio si riempie di volumi. Lui si aiuta con la scala. Ben presto ha raggiunto il soffitto. Torna nella stanza. Gli scaffali gli spalancano in faccia occhiaie vuote. Davanti allo scrittoio il tappeto è in fiamme. Porta fuori tutti i vecchi giornali dalla stanzetta accanto alla cucina. Li apre e li sgualcisce, li appallottola e li getta tutt’intorno. Riporta la scala dov’era prima, al centro della stanza. Sale fino al sesto gradino, sorveglia il fuoco e aspetta. Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita.” (Auto da fé, Elias Canetti)

Stefano Isidoro Bianchi

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