THE HYSTERICAL MYSTERY TOUR
The hysterical mystery tour
Autore: Massimiliano Busti
 
PREZZO: 15,00€
THE HYSTERICAL MYSTERY TOUR

The Hysterical Mystery Tour: Anti-art, absurdism, non-music, cacofonia, weirdos: cinquanta dischi per farla finita (col rock ‘n’ roll)
Director's Cut #1 (gennaio 2016) • 188 pagine b/n • 15,00 euro

A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta il rock ha accolto nella propria sconfinata produzione alcune voci fuori dal coro. O meglio, anomalie: musiche “sbagliate”, che pur essendo emanazione di uno specifico contesto culturale si disconnettono da esso con le armi della provocazione e dell’eccesso, dell’ossessività e della cacofonia. Ecco quindi chi in piena era psichedelica ospita nel suo esordio discografico una tribù urbana di cinquanta elementi fra cui un centauro in motocicletta, chi all’inizio degli anni Settanta se ne va in giro per l’Europa in una casa-palco trainata da un trattore esibendosi nudo, chi negli Ottanta applica alla lettera lo spirito della cultura post-industriale facendo irruzione sul palco con un bulldozer e due bombe molotov, chi infine affida a un musicista interessato dalla sindrome di Down il ruolo di assoluto protagonista. Tutto ciò non è frutto di un’ispirazione episodica né della bizzarria di qualche isolato eccentrico. Al contrario, queste manifestazioni paradossali ed eccessive rivelano una specifica organicità e mostrano come il rumore, la devianza e il nonsenso siano ormai divenuti parti integranti del rock contemporaneo.

Massimiliano Busti (Assisi 1963), nella prima metà degli anni Ottanta ha pubblicato assieme a Dionisio Capuano la fanzine The Scream, focalizzata sul suono post-punk/industrial. Dal 1996 è redattore della rivista Blow Up e dal 2002 con l’Associazione Culturale moorroom si occupa dell’organizzazione di festival (Sonìcity e 90dB), mostre, concerti, installazioni e workshop legati alla ricerca artistica e alla sound art.


[un estratto dal primo capitolo, “Musica difforme”]

     La storia della musica classica, dal barocco a Mozart, dall’opera lirica a Béla Bartók, è sempre stata ricca di scherzi, bizzarrie e divertissement: una materia mutevole e plasmabile, pronta ad accogliere gli elementi perturbatori che di volta in volta ne hanno alterato i canoni tradizionali, sino agli sconvolgimenti introdotti dalle avanguardie artistiche del primo Novecento.
     Anche la musica popolare ha messo in atto il medesimo processo di radicale trasformazione, accogliendo nella propria sconfinata produzione, soprattutto a partire dalla sua diffusione capillare nella seconda metà del secolo scorso, tutta una serie di anomalie sonore sempre più difficilmente catalogabili. Con l’avvento degli anni Sessanta ogni mezzo è diventato lecito e le preclusioni formali si sono sgretolate: chi ha spaziato nella cacofonia più estrema e chi ha reinterpretato in maniera del tutto personale l’idea di canzone, chi ha elaborato allucinate revisioni dei canoni tradizionali e chi si è votato a veri e propri deliri mistici e trascendenti. Un “mondo a parte” caratterizzato da eccessi e stranezze, che verrà esplorato in questo libro attraverso i vari “alieni” che l’hanno popolato: signori di terza età che ogni lunedì sera si trasformano in macchine da rumore puro (Nihilist Spasm Band), feticisti e coprofili (Costes), performer giapponesi pronti a far saltare in aria una sala da concerti (Hanatarsh), autori di canzoni a richiesta con un personale songbook di circa quattromila pezzi (Wesley Willis) e così via.
     Al di là di ogni possibile collocazione storica, tutte queste esperienze appaiono come eventi unici: inoculano il germe della devianza ma è impossibile riprodurle in modo seriale, tracciano una linea critica e destabilizzante ma non appartengono a una specifica estetica, fendono le mode e le culture sollevando dubbi e incertezze, per trasformarsi in un efficace antidoto contro la noia diffusa delle derive più conservatrici del rock.
     Non bisogna tuttavia fare l’errore di interpretare tali musiche come semplici anomalie o fenomeni inesplicabili frutto di pura casualità, poiché a un’analisi più approfondita esse appaiono come un’emanazione diretta del proprio contesto, del quale reinterpretano in modo distruttivo e irriverente tutte le principali componenti espressive: le comuni, la psichedelia e le droghe negli anni Sessanta; le visioni cosmiche, il corpo come teatro delle crudeltà e la dissacrazione del punk negli anni Settanta; l’industrial, le perversioni del japanoise e i cantautori psicotici negli anni Ottanta; l’avvento del lo-fi e l’istituzionalizzazione della figura dello weirdo negli anni Novanta.

     Questa caparbia volontà di operare una scelta anticonvenzionale per ricollocarsi un passo al di là del “senso comune” si afferma accogliendo l’errore e l’eccesso in una musica che nel corso degli anni ha disseminato intorno a sé, in modo del tutto inconsapevole, suggestioni e intuizioni in grado di mutare gradatamente i canoni del “rock indipendente”. Una pratica viscerale e liberatoria in cui l’elemento ironico è del tutto bandito anche quando ci si affida all’istintività più bruta e grossolana.
     Siamo quindi lontani dai fenomeni in stile “Songs in the Key of Z”, le antologie curate da Irwin Chusid alla fine degli anni Novanta, che pescavano nel sottobosco discografico fra una schiera di loser destinati nella migliore delle ipotesi a una breve apparizione nel freak show dell’industria discografica. In quel caso le varie storie eccentriche documentate (come ad esempio quella della congresswoman della Liberia Malinda Jackson Parker, le cui canzoni da vaudeville per piano e voce raccontano della sua personale crociata contro le zanzare, o quella dell’estemporanea vocalist Tangela Tricoli, una delle prime donne a pilotare un aereo di linea negli USA, che per celebrare l’impresa si autofinanziò le registrazioni di un album intitolato “Jet Lady”, infarcito di nenie che avrebbero potuto essere un valido motivo per revocarle la licenza di volo) sanno molto di esposizione circense, di culto del bizzarro un po’ fine a se stesso.
     Affidarsi ai fenomeni da baraccone o agli scemi del villaggio sarebbe stato comodo; ogni disco trattato in questo libro, pur con gli ovvi limiti del caso, scaturisce invece da un processo ben più complesso e articolato: è figlio del suo tempo ma se ne tira fuori, agisce in uno stato di sconnessione ma formula una critica efficace, si atteggia a nichilista ma implicitamente pone in essere un circolo virtuoso, instillando nuova linfa in una creatività asfittica e prossima all’esaurimento.
     È proprio nell’idea di superamento dei limiti e di tensione all’ignoto che risiede il maggior pregio di suoni che, in conflitto col proprio mondo e con l’estetica dominante, dapprima vaticinano e poi certificano la dissoluzione delle forme convenzionali del rock. È un fenomeno endemico in base al quale, a fianco dell’idea tradizionale di bellezza radicata nell’inconscio collettivo, da oltre un secolo ormai si accoglie tranquillamente nei vari processi creativi anche il suo opposto: la devianza, la deformità, il brutto. Tuttavia non è il “mostro”, da sempre elemento perturbante della storia dell’arte, a interessare questi artisti, quanto piuttosto una strategia volta a sovvertire i canoni tradizionali della creazione musicale. Più che di deformità dovremmo quindi riferirci al concetto di difformità, all’essere orgogliosi della propria identità di pecora nera, rimanendo consapevoli della propria scelta estrema. [...]


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