The Red Crayola
The red crayola
Autore: Stefano I. Bianchi
 
PREZZO: 10,00€
The Red Crayola

The Red Crayola: La tempesta perfetta
Director's Cut #9 (gennaio 2018) • 130 pagine b/n • 10,00 euro

“La International Artists non faceva pubblicità. Non c’erano foto della band. Non ci fu promozione. Facemmo di necessità virtù. Fu l’inizio dell’alternative rock.” (Mayo Thompson)

Stefano Isidoro Bianchi (Cortona, 1961) è direttore della rivista Blow Up. Ha pubblicato Post Rock e oltre: introduzione alle musiche del nuovo millennio (con Eddy Cilìa, Giunti 1999), Prewar Folk: The Old, Weird America (1900-1940) (Tuttle Edizioni 2007) e Suicide. Il blues di New York City (Tuttle Edizioni 2016) e ha curato Rock e altre contaminazioni (Tuttle Edizioni 2003) e The Desert Island Records (Tuttle Edizioni 2009). Nel 2004 ha partecipato al convegno internazionale “Nuovo e Utile”, i cui atti sono stati pubblicati nel volume La creatività a più voci, a cura di Annamaria Testa (Laterza, 2005).

[di seguito un estratto dal capitolo “La musica liberata”]

     ...Nessuno come i Crayola seppe mescolare musica alta e bassa, atta e inetta, utile e gratuita come fossero la stessa identica cosa (cioè senza porsi il problema di cosa fossero) e utilizzando l’amatorialità dei suoni prodotti come un’arma estetica. È su queste basi che le leggende sui loro concerti si sprecano; per fare un po’ di colore: una volta, a Berkeley, il proprietario del locale in cui suonavano allungò ai musicisti dieci dollari per farli smettere dopo solo un quarto d’ora perché il locale si era svuotato (e loro, naturalmente, accettarono); un’altra volta il feedback prodotto dalla loro esibizione uccise il malcapitato cagnolino di uno spettatore; in pressoché tutte le occasioni i Crayola si presentavano sul palco con pietre, rasoi e altri oggetti contundenti che venivano utilizzati per fare il maggior caos possibile, spesso col supporto di numerosi e più o meno occasionali ‘collaboratori’; in molti casi finiva che il club ospitante si rifiutasse di ospitarli di nuovo.
     Nessuno prima di loro si era mosso con così poca cautela, così poco calcolo e così tanto disinteresse per i riscontri ‘commerciali’ che potevano sortire le loro performance. Certi eccessi, per alcuni considerabili come provocazioni pre-punk (per altri invece sono le provocazioni punk a dover essere considerate post-sixties), non sono però il tratto peculiare della vicenda del gruppo, anche se, obtorto collo, sono finiti per apparire tali. Non c’era mai, nelle loro azioni di disturbo, quella volontà di épater les bourgeois che era tipica delle formazioni rock dell’epoca (il cui fine restava comunque farsi conoscere) e dalla quale non furono immuni neppure i Velvet, Zappa e Beefheart. C’era piuttosto la ricerca di un senso diverso, più artistico, per l’agire musicale. I Crayola nascevano nell’alveo degli istituti d’arte e all’arte restarono sempre legati. Mayo Thompson, il cantante e chitarrista che è da sempre la mente gentile dietro tutta la musica prodotta dalla sigla fino a identificarsi con essa, è innanzi tutto un intellettuale che si è mosso con modalità che non hanno paragoni nella storia delle musiche ‘giovanili’: produrre suoni e parole concependoli come atto artistico e filosofico prima che musicale. Nel testo di questo libro abbiamo appositamente inserito corposi estratti dalle interviste da lui rilasciate nel corso del tempo, da un lato perché banalmente strumentali alla comprensione di una vicenda tutt’altro che semplice da dirimere, dall’altro perché utilissimi a comprendere la maniera in cui le sue linee teoriche, tanto apparentemente criptiche quanto acuminate, hanno saputo sortire risultati devastanti nel corpo delle musiche di estrazione rock. Non si faccia l’errore, ahimé frequente, di valutare la portata dei loro dischi, che soprattutto nei primi decenni di vita furono pochi ed ebbero circolazione come minimo traballante, basandosi sui riscontri commerciali: sappiamo benissimo che gli ascoltatori più attenti dell’underground sono sempre stati i musicisti, mentre al pubblico, e ai giornalisti che lo compiacciono, tocca la parte del giudice strabico.
     Dicevamo l’arte. A partire dalle origini cospirate a Houston, Texas, con i due amici studenti Frederick Barthelme e Steve Cunningham e passando poi per il collettivo Art & Language, la new wave inglese, il sodalizio col pittore tedesco Albert Oehlen e l’approdo chicagoano presso la Drag City, Thompson si è sempre legato ad altri che erano innanzi tutto artisti e solo in seconda istanza musicisti (o comunque, se vogliamo, musicisti dalle spiccate propensioni artistiche), cercando molto raramente i collaboratori tra i musicisti puri ma piuttosto tra gli artisti che si dedicano anche alla musica. Così facendo ha catalizzato, dentro ciò che chiamiamo Red Crayola, forze che si sono espresse come esperimenti con un piede nel rock e l’altro altrove, oltre, dando vita a suoni sempre mutevoli e cangianti a seconda dei compagni di turno: non troverete in nessun altro gruppo una gamma così vasta di umori, timbri e colori come quelli espressi nel corso del tempo sotto il cappello Red Crayola. Non a caso la band è sopravvissuta a tutto e si è espressa con tempistica perfezione e sempre brillantemente in tutte le fasi di maggior gloria del rock underground: agli esordi sul finire degli anni ’60, nel percorso storico della new wave e del post-punk, durante la rinascita dell’avant-rock nei primi anni ’90. D’altro canto è sempre nei contesti ‘artistici’ che il rock underground ha trovato la linfa vitale che gli ha permesso di diventare ‘adulto’ e rinnovarsi senza deperire d’inedia o fossilizzarsi come accaduto al rock ancorato agli stili di stampo classico. Fate mente locale: Mayo Thompson è presente tutte le volte che il rock ha congiurato per farsi Arte maiuscola estraniandosi dal suo destino nel ghetto della musica eternamente giovanilistica. Lui era sempre lì a captare le indicazioni, a sentire gli umori, a prevedere tutto e spesso a indirizzarlo e metterlo sulla retta via: alzi la mano chi, nell’underground che gli è seguito e che ha contato qualcosa, non ha avvertito dentro di sé l’alito della sua presenza. Se tutto questo ha senso, e ovviamente ne ha, il valore della sua opera non ha prezzo. [...]


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