JOHN COLTRANE


John Coltrane. Tranesonic o il riflesso dell'universo
Director's Cut #33 (gennaio 2024) • 132 pagine b/n • 15,00 euro

«C’era una volta un sassofonista che aveva impiegato un casino di tempo per diventare bravo ed era diventato tanto bravo da inventare delle cose che sarebbero state molto importanti per il jazz. Era diventato quel che si dice un caposcuola e tutti i musicisti gli erano grati perché si erano stancati di tirare giù dai dischi gli assolo di Charlie Parker per impararli a memoria.»
Un viaggio alla riscoperta di John Coltrane e dei suoi album più significativi oppure dimenticati, attraverso un’approfondita analisi di capolavori, live e opere postume che hanno segnato la storia del jazz anche dopo la scomparsa del maestro.

Aldo Gianolio (Reggio Emilia, 1952) ha collaborato dal 1978 al 2016 a “Musica Jazz” e dal 1985 sino alla chiusura del 2017 a “L’Unità”. Dal 2016 collabora a “AudioReview” e al magazine online “Jazzitalia”; dal 2017 a “Jazzit”. Ha scritto “Teste quadre” (Aliberti 2006), premio Biella Letteratura e Industria 2007; “La verità sul complicato caso Pulcher” (Mobydick 2011); “Ottavio il timido” (Robin 2016); “I pensieri di Braciola” (Robin 2017); “Il trombonista innamorato” (Robin 2019), edizione ampliata di “A Duke Ellington non piaceva Hitchcock”, premio Django D’Or 2003.

Piercarlo Poggio (Torino, 1959) scrive di jazz, etnoworld, avanguardie e contemporanea per “Blow Up” dal 1999 e dal 2005 collabora alla sezione musicale di “AudioReview”. Ha partecipato a varie riprese alla scelta di brani per il data base di RAI Radio3 ed è membro della giuria del Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana. Per Tuttle Edizioni ha contribuito al volume “Rock e altre contaminazioni” (2003) e pubblicato “Musica Non Grata - La classica contemporanea dell’era sovietica” (2016).


[di seguito il Prologo]

C’era una volta un sassofonista che aveva impiegato un casino di tempo per diventare bravo ed era diventato tanto bravo da inventare delle cose che sarebbero state molto importanti per il jazz. Era diventato quel che si dice un caposcuola e tutti i musicisti gli erano grati perché si erano stancati di tirare giù dai dischi gli assolo di Charlie Parker per impararli a memoria; ora si cambiava modello, si tiravano giù gli assolo di John Coltrane e per un po’ di tempo ci sarebbe rimasta un’aria di novità che elettrizzava l’ambiente.
Ma John Coltrane era diventato un caposcuola quando aveva già una certa età. Oh Dio! una certa età rispetto a tutti i cosiddetti capiscuola del passato che avevano inventato le loro cose fra i venti e i trent’anni. Nel jazz si producono le opere importanti prima dei trent’anni, non dopo, come accade nelle altre attività umane, come accade per esempio in una holding con capitale internazionale dove i top manager, quelli che prendono le decisioni di rilievo, sono tutti vecchi incartapecoriti. Quando si vede in giro qualche manager giovane, fa crepare dal ridere, nessuno pensa che sia un cosiddetto top manager. I manager più sono anziani e più vengono messi nei posti di comando e di conseguenza più guadagnano, con il risultato che la maggioranza dei miliardari sono vecchi malandati che non possono neanche andare nei ristoranti à la page perché il dottore ha loro prescritto due spremute di pomodoro in un giorno, al massimo!
Nel jazz invece, e questo è un bell’esempio di relativismo sociale, Satchmo, Bix, Jabbo, Tatum, Hawk, Lester, Roy, Bud, Bird, Thelonious, Jay Jay, Dizzy, Brownie, Christian e Ornette, tutti i capiscuola insomma, prima che diventasse a sua volta caposcuola John Coltrane, avevano prodotto le loro migliori invenzioni a vent’anni o poco più. Invece John Coltrane a vent’anni era ancora lì a suonare nella disastrata band di Joe Webb, continuando con grande volontà e costanza a studiare, a fare esercizi e a copiare gli assolo di Parker: ma i passi che faceva non erano certo da gigante. Così lasciò l’orchestra di Joe Webb per andare in quella di King Kolax, un altro passo non certo da gigante. Neanche a trent’anni, nonostante i continui esercizi che mandavano in bestia Miles Davis già pentito di averlo assoldato nel suo quintetto, era riuscito a mettere a punto un linguaggio che potesse perlomeno dirsi appena appena originale.
Era un discreto sassofonista, non si poteva negarlo, ma si confondeva con cento altri. In questo caso una volta tanto i critici non avevano colpa: non erano mica dei maghi, non potevano accorgersi di uno che ancora a trent’anni, quando tutti i grandi del jazz del passato avevano già dato il massimo di sé, era ancora un anonimo sassofonista che sembrava non avere le palle.
E sì che studiava, si impegnava, faceva esercizi. A forza di fare esercizi, a forza di eseguire scale su scale, a forza di studiare i modi dorici e quelli misiolidici, piano piano diventava più sciolto, piano piano cominciava a sviluppare nel suo cervello che inizialmente sembrava pieno di cemento delle idee di una certa bellezza e originalità e da queste idee ne faceva scaturire altre ancora più belle e originali, come in un gioco di scatole cinesi all’incontrario, idee a non finire e sempre più grandi. Era l’apoteosi!
Lo stesso Coltrane non credeva alle proprie orecchie e dato che nel frattempo era diventato religioso dava tutto il merito a Dio mentre invece era la sua costanza, il suo studio, la sua educazione ad aver fatto tutto. E pensare che certi scienziati sostengono che l’educazione non conta, certi sapientoni dicono che conta più il DNA ereditato dagli antenati! Su questo tema anche François Truffaut ha costruito un ambiguo e confuso film con cui voleva far intendere che se si ha un selvaggio in casa con grande pazienza e lunghi esercizi si riesce persino a fargli usare la forchetta senza che si macchi la cravatta mangiando gli spaghetti.
Coltrane, nel suo DNA, aveva solo primitivismo allo stato puro che gli proveniva dai suonatori di bongo dell’Africa, suoi antenati. Questo DNA gli aveva cementato tutte le rotelle del cervello, ma con un costante e indefesso studio era riuscito a sopperire a questo svantaggio iniziale diventando un signor sassofonista rispettato e riverito.
Tutti i critici ora si scappellavano al suo passaggio. Tutti i musicisti lo onoravano. Come Johnny Weissmuller costretto su una sedia a rotelle a causa di una devastante poliomielite era riuscito con continui esercizi e grande forza di volontà a vincere le Olimpiadi e diventare celeberrimo interpretando Tarzan, anche John Coltrane a forza di dai e dai era riuscito finalmente a far funzionare il cervello e a far esplodere il suo genio, tanto da vincere parecchi referendum indetti dalle riviste specializzate e diventare famoso con il disco “A Love Supreme”.
Ma appena il genio esplose, morì. Se fosse morto solo qualche anno prima, ma i religiosi che lui aveva cominciato a frequentare dicono che non si può ragionare con i se perché tutto quello che succede è predisposto da Dio e non c’è niente al mondo lasciato al caso o alla volontà umana, se John Coltrane fosse morto solo qualche anno prima, se fosse morto invece che a quarant’anni, mettiamo, a trenta, non avrebbe potuto passare alla storia come uno dei grandi del jazz perché a trent’anni non aveva ancora combinato un tubo.
E questi fastidiosi religiosi che gli giravano per casa e che continuano anche adesso a blaterare con petulanza: tutto è scritto! tutto è scritto! non si potrebbe cercare di farli stare un po’ zitti? Per le loro idee bislacche è vietato anche dire che se non ci fosse stato Hitler per tanti ebrei la vita sarebbe stata migliore, perché tutto, affermano questi impudenti religiosi, è già scritto e quindi doveva succedere. Le aberrazioni della religione impongono di non fare i ragionamenti con i se, che molte volte, il più delle volte, è bello farli, sono come tanti piccoli sogni privati; le aberrazioni della religione fanno credere ineluttabili le aberrazioni della storia, fanno credere che Hitler l’ha voluto Dio.
Anche a Coltrane che dopo essersi liberato dalla droga era diventato molto molto religioso a sentire queste cazzate gli veniva da bestemmiare.

Prezzo: 15

John Coltrane


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