ROBERT WYATT


Robert Wyatt: Hallelujah per Bob Minor / Riccardo Bertoncelli
Director's Cut #42 (aprile 2026)

"Nato “come si suol dire, alla fine della seconda guerra mondiale”. La madre era una giornalista, il padre uno psicologo industriale. In vita sua ha svolto vari lavori, fra cui taglio di legna da ardere nella foresta di Lyminge, vicino a Folkestone, modellismo al Canterbury Art College, smistamento postale sui treni alla stazione di Canterbury East, lavapiatti alla London School Of Economics. Membro onorario (Petit fils Ubu) della Società Patafisica, politicamente tende a essere un traditore." [Nota autobiografica riportata su Voices And Instruments, Jan Steele e John Cage, Obscure n.5, 1976]

Riccardo Bertoncelli scrive di musica da quando aveva diciassette anni, cioè tanto tempo fa. Ha firmato da autore/curatore/traduttore non meno di 250 libri, che si stupisce di trovare solo ogni tanto sulle bancarelle dell'usato (resta il dubbio). Vive in una grande casa piena di dischi e da grande vorrebbe fare l'attore.


[di seguito, dal primo capitolo]

1. I sotterranei di Canterbury

C’è un tempo per la storia e uno per il ricordo, uno per l’oscurità e uno per la luce. Per anni si è goduta la favola strana di Canterbury, la gioia/sorpresa di quella musica patafisica nata tra le pieghe di una sonnolenta provincia non rock; ma di più gli anni in cui la leggenda è stata tramandata, con il dispetto di tanti particolari che mancavano, tanti dettagli che sfuggivano, e il dubbio anche, in fondo, che non valesse poi la pena di approfondire l’argomento. “Cosa accadeva a Canterbury? Niente”, sogghignava beato Robert Wyatt a chi gli poneva la domanda: e se il “niente” valeva per i Soft Machine di Daevid Allen e per quelli poi di Elton Dean, figurarsi la preistoria giovanile, le prime scoperte musicali con i compagni di scuola, i pomeriggi nella casa di Honor Wyatt, i Wilde Flowers. “Niente”. Ora sappiamo che non è vero, e lo sappiamo nei minimi particolari: grazie all’opera di tenaci archeologhi come Mike King, il massimo esperto canterburyano, e di Robin Ayling, fondatore e anima dell’etichetta Voiceprint. Il primo ha scritto quel fondamentale “racconto di Canterbury” che è Wrong Movements, la biografia di Robert Wyatt, e ha decorato con certosine annotazioni tutta una serie di ristampe d’epoca: il secondo è sceso nei sotterranei del tempo e della città e da oscuri cassetti, da soffitte polverose, da dimenticati bauli ha estratto uno, due, dieci nastri di preistoriche rarità, mappando con la precisione di un satellite quella che fino a ieri era una vasta e misteriosa “terra incognita”. Il “Daevid Allen Trio” del 1963, il libretto-CD sui Wilde Flowers, i vari live dei Soft Machine: e oggi l’uscita più ambiziosa, i quattro volumi di Canterburied Sounds che Brian Hopper, il fratello di Hugh, musicista fallito ma grande archivista, ha raccolto mettendo a soqquadro ripostigli e doppifondi di casa, alla ricerca del tempo perduto.
I quattro dischi sono (dis) ordinati alla maniera di Frank Zappa, una sorta di You Can’t Do That In Canterbury Anymore. Ma, prima di descriverli, è giusto fissare epoca e paesaggio. Primi anni ‘60, dunque, nella non-scena provinciale del Kent. Un gruppo di amici, quasi tutti compagni di scuola alla Simon Langton Grammar School. Né televisione né Internet né videogiochi, al massimo la radio, sulle noiose onde hertziane della BBC e quelle più eccitanti di Radio Luxembourg. Molto spazio per fantasticare. Voraci curiosità musicali (classica, jazz, blues, purché non pop) con il culto dell’avanguardia, secondo il tragitto oggi inverosimile descritto una volta da Mike Ratledge: “Cage, Bertram, Haydn, Stockhausen, Berio, gli americani... Allora tutti i diciottenni seguivano queste cose” (Tutti i diciottenni?). Presto voglia non solo di ascoltare ma di suonare, di comporre in proprio. Passione anche per la fotografia e le belle arti: nessuno ha ancora inventato la parola “multimediale”. Genitori liberals, molto tolleranti: gli Hopper si lasciano requisire l’appartamento dai pargoli Brian e Hugh, Honor Wyatt apre agli amici del figlio la sua Wellington House, una enorme casa del ‘700 con quattordici stanze dove sono presi a pensione studenti da ogni parte del mondo. Le sale d’incisione sono fantascienza e “altro mondo” professionistico, in questa Canterbury nella notte dei tempi si registra in salotto, in camera da letto, “con la batteria che ostruisce l’anticamera” e magnetofoni Akai o Sony non proprio state of the art, fra Giles Lane (casa Hopper) e Dalmore Road (casa Wyatt); il massimo dell’esotico non provinciale è il monolocale di Daevid Allen al 40 di Belsize Park, Londra, dove per breve tempo nel 1963 si trasferiscono Hugh e Robert. Grande povertà di mezzi, nessuna didattica ma enormi slanci. Wyatt: “Il charleston della mia batteria era una delle vecchie macchine da scrivere rotte di mia madre, quando mettevo il piede sui tasti era un suono, quando lo sollevavo sbattevano tutti giù e quello era l’altro suono. Come piatto usavo un attaccapanni metallico, era molto malfermo e io mi limitavo a picchiettarci sopra; e il rullante non era altro che una vecchia cassa di munizioni. Avevo anche una tromba, che in quei giorni mi portavo dietro legata a uno spago. Naturalmente non la sapevo suonare, mi piaceva solo soffiarci dentro.” [...]


Prezzo: 15 €

Robert Wyatt


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