CÚline e Karl Kraus
CÚline e Karl Kraus
di Maurizio Bianchini e Fabio Donalisio

[nell'immagine: Louis-Ferdinand Céline nel 1932]

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Prodotto di risulta d’una modernità da tempo in caduta libera, il PPC (Pensiero Politicamente Corretto) ha generato, direttamente o per reazione, effetti collaterali altrettanto fastidiosi, dal veltronismo più edificante alla crescita esponenziale del turpiloquio (il testosterone latita, stando agli istituti di ricerca, ma il cazzo è sulla bocca di tutti), alle balle populiste che hanno trovato nella stampa ‘indipendente’ (l’aggettivo che sostiene il sostantivo dice molto sullo stato di salute dell’informazione) terreno fertile per fronde rigogliose. Editorialisti un tempo votati alla salvaguardia del pensiero liberale e moderato, ne sono divenuti gli avvocati difensori più improbabili. È politicamente scorretto (ahi! ahi!) dicono, usare il termine in senso dispregiativo per irridere il popolo sovrano. Anzi, no: usarlo e basta. Come chiamare ciechi i non vedenti o spazzini gli operatori ecologici. (C’è schizofrenia, in giro. Viviamo tutti sul nervo, ormai.) Ma se il temine populista dà fastidio, ci si accordi pure per chiamarlo ‘beppe’ (nel senso di Grillo, ma non solo). Già che ci siamo, sostituiamo anche, col termine ‘mario’ (come Monti ma anche Draghi) quello di elitista, che si confonde pure con etilista. Beppe ha dichiarato guerra a mario, perché, sostiene, mario ha portato in Occidente, coi suoi governi ‘tecnocratici’ (in Italia ce li siamo persi: arriveranno con la piena del Tevere insieme alle serie tv dismesse dagli altri paesi), solo fame, miseria e disuguaglianza. Col noto tono da sopracciò, mario ha provato a dire che non è proprio così. Che la realtà è più complessa e… Ma a quel punto beppe ha detto basta. Niente parole biforcute. Il popolo toglie la delega a mario e riprende in mano il suo destino. D’ora in poi deciderà da solo. Uno conta uno. Non si sostituisca neanche un rubinetto e non si ripari una buca se il popolo non lo decide in seduta plenaria. È una cosa che in certi paesini di montagna della Svizzera fanno più o meno da quando il sole ha smesso di girare intorno alla terra, cinque secoli fa. Funziona. Uno ci finisce dentro per caso ed esclama: mììì, sembra proprio di stare in Svizzera! (non come da noi, che più giù scendi e più pare il Medio-Oriente senza neppure un consolato occidentale da cui farsi rimpatriare dopo che ti hanno rubato i documenti). Ma riunire tutti gli abitanti di New York in una piazza è miracolo che neppure al Berlusconi dei tempi d’oro, uno specialista, riuscirebbe. Come se ne viene fuori? Beppe ci ponza un po’ su e decide: si clicca l’’uno vale per tutti’, se non si può avere l’’uno vale uno’. Bene! Più meglio ancora! i militanti applaudono. Così si risparmia un sacco di tempo e di discussioni. Ma chi dev’essere quest’uno? Renzi? Cola di Rienzo? Spartaco? Thomas Münster? Macché, macché. Voi non ci crederete, e fate male perché la verità è sotto gli occhi di tutti, ma a parte quello sfigato di Maduro (uno capace, col doppio del petrolio che ha regalato ai norvegesi il paradiso terrestre in un clima orrendo, di ridurre a un inferno l’esotico Venezuela), i capi che il popolo ha scelto per combattere le diseguaglianze, nelle disuguaglianze ci stanno da re, dal Berlusconi redivivo per finire a Donald Trump, la sua versione in cinemascope. Converrà infine abbandonare beppe e mario al loro destino e tornare a parlare della vecchia ferraglia chiamata realtà, lasciando agli antropologi del futuro le chiacchiere fantasmagoriche che ne hanno preso il posto. Il mondo è un posto assai più complicato di quanto raccontino certe fole. […]

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