Disciplinatha
Disciplinatha
Paolo Bertoni

Un box retrospettivo che è una sfida a raccontare una storia, quella di DISCIPLINATHA, che non è solo una, peraltro esigua, sequenza di dischi

DEFINITO DA LORO STESSI come un sacrario, 'Tesori della patria', presentato con una affollata data, senza repliche previste, il 9 novembre scorso al Moonlight Festival, comprende i contenuti dei quattro capitoli accreditati a Disciplinatha, con il quarto CD, “Foiba”, che presenta l'inedito Bandiera nera, canto alpino realizzato con il Coro Grigna di Bergamo, una serie di versioni alternative, qualcosa dai tape realizzati nell'impasse forzato di fine '80, e un DVD, 'Questa non è una esercitazione', con la regia di Alessandro Cavazza e del gruppo stesso, che non ricade nell'agiografia ma si rivela emblematico nel narrare l'accidentato tragitto cui è destinato chi tenta di realizzare qualcosa che non risponda alle circoscritte aspettative delle egemonie politiche o culturali che regnano nelle nostre lande con una inattaccabile saldezza, impermeabile alle, evidentemente solo apparenti, dinamiche della Storia. Un documento di alto spessore, per circostanze riconducibile all'epoca dei fatti ma estendibile anche oltre, finestra, delineata con taglio sapientemente intrattenitivo, sulle censure che cercano di ricondurre alla ragione, dunque al silenzio, coloro che nel coro stonano. Temi che naturalmente si riaffermano nella mia chiacchierata con Dario Parisini e Cristiano Santini, di cui congiungo i pensieri in unica voce, come espressione di un un fronte compatto com'erano almeno i primi Disciplinatha. Giovanissimi, percepiscono non solo l'aroma delle gesta di chi li ha preceduti, e in materia rimando, senza ripetermi, alle due pagine su Confusional Quartet di due mesi fa: 'Noi siamo di Bentivoglio, un piccolo paese a dieci chilometri da Bologna, respiravamo tutti l'aria della città, da adolescenti quando si usciva la sera andavamo a vedere gruppi come Neon o Gaznevada che ci facevano da esempio, inducendoci a pensare che quello che loro facevano si poteva fare, anche in questo paese. Bologna in quegli anni, per una stagione, ha goduto di un prestigio internazionale, era una metropoli europea al pari di tante altre, tanto che c'erano tanti artisti che pensavano di venire a vivere a Bologna. Negli anni '90 ha poi distolto lo sguardo dall'Europa e ha iniziato a guardare al sud e ad altri tipi di realtà, un po' come ha fatto la Lega Nord che invece che aprirsi all'Europa e mettersi in competizione ha rivendicato il dialetto. Questa città ha fatto un gioco simile, ha cominciato a guardare in piccolo'.
In quella realtà, che si alimenta di collettiva linfa, il germe dell'individualismo, nelle sue infinite varianti nella gamma dal nobile al nefasto, ha già attecchito con i mutamenti che deflagrano dalla prima metà degli anni '80… […]

…segue per 4 pagine nel numero 176 di Blow Up, in edicola nel mese di Gennaio 2013 al costo di 6 euro.

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