Yellow Magic Orchestra &tc.
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di Federico Savini

“Sono morto / sono morto / sono morto / sono andato in Paradiso / sono salito su una lunga scalinata / una scalinata di nuvole / barcollando ho continuato ad arrampicarmi. / Traballando ho poi raggiunto i cancelli del Paradiso. / Venite nel Paradiso del cielo almeno una volta / dove l’alcool è squisito e le ragazze sono belle. / Sono morto perché bevevo alla guida”. Sono le prime strofe di Kaette Kita Yopparai, singolo e canzone-guida dell’unico album dei Folk Crusaders, band capitanata dal chitarrista e compositore Kazuhiko Kato, che nel 1967 pubblica il brano in poche copie e in un circuito carbonaro, vista anche la bizzarria del contenuto. Al di là del testo, infatti, la musica è un puerile strimpellio di corde che battono su una cadenza ipnotica mentre a cantare è una vocetta distorta da un “effetto chipmunks” che a chiunque suonerebbe ridicolo, o tutt’al più una strampalata fusione di intenti bambinesco-parodistici e primigenia psichedelia che finisce per inquietare contro la volontà degli autori. Solo che siamo in Giappone, il folk-rock è la moda del momento e il movimento hippie-futen sta facendo i primi proseliti. E così questa canzone, che altrove sarebbe finita ai piani bassi dell’universo novelty, non solo ispira un film di un guru controculturale come Nagisa Oshima (“Three Resurrected Drunkards”, del ‘68, con i Folk Crusaders protagonisti), ma col passaparola e le ristampe arriva a vendere qualcosa come un milione e 250mila copie, un record per un mercato musicale - quello giapponese - già leader in Asia ma ancora lontano dai numeri che l’avrebbero portato al secondo posto mondiale, dopo gli Usa. […]

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