20 ESSENTIALS: Alt.Country 1990-1998
20 ESSENTIALS: Alt.Country 1990-1998
di Gianluca Ongaro con Marco Sideri

“Are you ready for the country?
Because it’s time to go”
Neil Young

Esiste una musica più fraintesa e derisa della musica country? Nel 1981, tanto per rendere l’idea, un Elvis Costello tra il provocatorio e l’allarmato, avvertiva gli ascoltatori di “Almost Blue”, il suo album country registrato a Nashville, con uno sticker incollato sulla copertina: “Attenzione! Questo disco contiene musica country & western e potrebbe produrre drastiche reazioni in persone dalla mentalità ristretta”. Tra tutte le musiche popolari americane, in effetti, la musica country è certamente quella che ha subito, e continua a subire, gli sfregi più profondi. Quelli che parlano senza conoscere e viaggiano a botte di stereotipi, esattamente gli stessi cui si riferiva il nostro amato Declan McManus, la considerano dolciastra, conservatrice, reazionaria, se non addirittura razzista. E, purtroppo, se si avesse il coraggio di assistere a una qualunque serata dei Country Music Awards, si correrebbe il serio rischio di dar loro ragione. Belle fighe ammiccano alle telecamere e ancheggiano divinamente, ma bisognerebbe tapparsi le orecchie per apprezzarle al meglio. E ancora, orrendi individui inamidati e sbarbati come damerini, strizzati in t-shirt e pantaloni che non lasciano dubbi sulle dimensioni degli attributi muscolari, camminano goffamente molleggiando su stivali a punta, attenti a non far cadere cappelli Stetson che non hanno mai visto un granello di polvere e cantano canzoni idiote e prefabbricate, tutte atrocemente uguali l’una all’altra. Uno spettacolo imbarazzante.
Eppure, la vera musica country non ha nulla a che fare con tutto questo. Non è musica fatta da trogloditi per attirare un pubblico di zoticoni. La storia non era iniziata così. Le vecchie ballate degli Appalachi, eredi di quelle inglesi, scozzesi e irlandesi poi traghettate nel Nuovo Mondo, sono ruvide ruminazioni piene di peccato e redenzione, tragedie, dolore, vita e morte (le terrificanti murder ballads). Ne esistono esempi folgoranti nella mirabile “Anthology of American Folk Music” redatta da quel genio sregolato di Harry Smith nel 1952 per la Folkways Records. Il punto è che da quando la Victor Talking Machine Company ha effettuato la prima registrazione di un musicista bianco del sud rurale degli Sati Uniti – il violinista Eck Robertson, il 22 giugno del 1922 – la musica country ha sempre proceduto su due binari paralleli: quello mainstream e quello laterale. […]

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